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LAUDATO SI’ - L’enciclica “ecologica” di Papa Francesco nel nuovo millennio

Si è tenuto il 27 novembre scorso, presso l’Auditorium dell’ l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato “Manfredi Bosco” di Alife, un incontro - testimonianza, interattivo, per sensibilizzare la comunità alla tutela della natura, della salute e del bene comune, secondo l’enciclica “Laudato sì”, scoprendo ricchezze e bellezze del territorio Matesino

Infatti, l’Ufficio diocesano per i Problemi Sociali, Lavoro, Giustizia, Pace e Custodia del Creato, tra le tante attività, si occupa anche di realizzare opportunità di confronto e di sensibilizzazione sulle tematiche di propria competenza, collaborando con le istituzioni del territorio, in particolare con gli Istituti scolastici, rappresentanti la più importante agenzia educativa, con la famiglia.

A tal proposito, con l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato “Manfredi Bosco” di Alife, si è organizzato questo evento, per l’ambito “Custodia del Creato”, in continuità con quanto già realizzato dalla Conferenza Episcopale Campana in questo anno, al fine di educare i giovani al rispetto della natura e ad amare la propria terra.


IL PROGRAMMA
Ore 10.30 - Accoglienza
Ore 11.00 - Saluti
Interventi, curati dall’Ufficio, a tutela della persona, della natura e della comunità,
secondo l’enciclica “Laudato sì”, in modo multimediale
con la partecipazione degli studenti dell’IPIA

Intervento del Dott. Carlo De Angelis, agronomo
-->La nostra buona terra : colture e vegetazione del Matese
Intervento del Dott. Franco Panella, vicepresidente CAI
-->Come vivere il Matese
Intervento della Dott.ssa Sofia Spinelli, funzionario presso il Parco Regionale del Matese
-->Il Parco regionale del Matese: un Ente da conoscere
Video - Testimonianze dalla Terra dei fuochi
Intervento di Angelo Rotunno dell'Ass. Rena Rossa - Love Matese

Bellissima questa ’esperienza vissuta con gli studenti dell’ IPIA di Alife, protagonisti dell’evento dedicato alle riflessioni sull’Enciclica di Papa Francesco, nel nuovo millennio, patrocinato dall’Ente Parco regionale del Matese, che si ringrazia nella persona del Presidente Dott. Umberto De Nicola. Ecologia, tutela e difesa della natura, della salute, intesi come beni comuni, espressi in un linguaggio multimediale hanno interessato la folta platea, composta dalle classi del triennio dell’Istituto professionale di Alife; da due classi dell’Istituto tecnico commerciale “De Franchis”, dagli studenti delle terze classi delle Scuole medie “Vitale” e “Ventriglia” di Piedimonte Matese, accompagnati dai loro docenti. Video, musica, slides, ricerche, testimonianze hanno fatto parte del nutrito programma, anche con interventi specifici, da parte di Carlo de Angelis agronomo, Franco Panella vicepresidente del CAI, Sofia Spinelli funzionariopresso il Parco del Matese e Angelo Rotunno dell'Associazione Rena Rossa-Love Matese, mirati a sensibilizzare i giovani ad amare la propria terra di origine: il Matese. Un ringraziamento va alla Dirigente, Prof.ssa Isabella Balducci, che ha accolto con slancio l’iniziativa, mettendo a disposizione l’intero istituto; al corpo docente, in particolare alle Prof.sse Luigia Anziano e Angelina Palmiero, per la loro proficua ed indispensabile collaborazione; ai Dirigenti Prof. Riccardo Russomando e Prof. Vincenzo Italiano, rispettivamente della Sc. Medie “Vitale” e “Ventriglia”, per aver permesso ai ragazzi di partecipare; ai docenti Cirioli (vicepreside della “Ventriglia”), Mizzoni, Laurenza, Imperadore e Delle Femmine per averli accompagnati. Ma un sentito “grazie” va ai giovani, che hanno animato la mattinata, perché sono stati i veri protagonisti, dimostrando che anche tematiche importanti, come lo studio di un’enciclica, possono essere comprese, proponendole con metodologie innovative. Bravi ragazzi, ad majora!





CUSTODIRE IL CREATO, PROGETTO DI DIO

E' il compito che ci viene affidato, fin dalle origini; lo leggiamo nella Genesi, dove Dio dette all'uomo la possibilità di godere dei frutti del giardino e soprattutto di prendersene cura e di governarli. Questo è stato fortemente ribadito su più fronti, nel pomeriggio che ha visto la Campania protagonista di un importante incontro a livello nazionale, che la CEI ha voluto tenere, sabato 27 settembre scorso, presso il santuario “Mia Madonna, mia salvezza” a Casapesenna, nella diocesi di Aversa, sede della "terra dei fuochi", ma che ha ospitato tutte le realtà della regione, ecclesiali e non. Con la presenza del Cardinale S. Em. Crescenzio Sepe, a seguito dei loro Vescovi, gli incaricati della pastorale sociale hanno portato rappresentanze dalle loro comunità di appartenenza. La nostra diocesi è stata degnamente rappresentata da incaricati delle varie realtà laicali, giovani e non, provenienti dalle parrocchie di San Gregorio, Piedimonte, Alife, Sant'Angelo, Baia Latina, Alvignano, Formicola e Pontelatone, con la guida spirituale di Don Mario Rega, consigliere ecclesiastico della Coldiretti; il nostro ufficio, che ha organizzato e coordinato il tutto, come segno di comunione ha messo a disposizione un pulmann, creando un clima di famiglia fra i partecipanti e, nella sede dell'evento, come tacito contributo alla giornata, ha esposto uno striscione che recava la scritta "Vogliamo un mondo più pulito!".


Dopo il saluto e l'introduzione ai lavori dell'Ordinario ospitante, S.E. Mons. Angelo Spinillo, Vicepresidente della CEI, la parola è passata al Direttore dell'Ufficio nazionale CEI per i Problemi sociali e lavoro, Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato, Mons. Fabio Longoni, che ha voluto precisare la scelta del vocabolo "custodia", sostituendo la vecchia terminologia di "salvaguardia del creato"; infatti la custodia, prendendo spunti biblici, configura un'azione dinamica che l'uomo opera, nel prendersi cura del mondo che lo circonda, senza usarlo o abusandone: " il Signore prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse" (Gen. 2,15). Fu Papa Paolo VI che, nell'enciclica "Octogesima adveniens" del 1971, parlò per la prima volta di "giornata del creato", nell'intento di cominciare a sensibilizzare alla natura le giovani generazioni.


S.E. Mons. Giovanni D'Alise, Vescovo di Caserta e Delegato regionale per la Pastorale sociale in Campania, ha sottolineato che il titolo della Giornata del creato di quest'anno è "Educare alla custodia del creato" , quindi la Chiesa ha un grande compito: quello, appunto, di educare a tutti i livelli i fedeli, partendo proprio dall'iniziazione cristiana, affinché possano imparare da piccoli il rispetto per la natura e, quindi, averne cura. La Chiesa, inoltre, con i suoi rappresentanti, sia sacerdoti, che laici, non deve disdegnare di fare proposte concrete alle istituzioni locali, facendo sentire la voce di chi non ha voce, soprattutto per quanto riguarda la salute, che è un bene primario da tutelare.
Il convegno è continuato con l'intervento del Direttore di Pastorale sociale della diocesi di Aversa, Stefano Di Foggia, che ha sintetizzato i lavori della mattinata, squisitamente tecnici, riguardanti l'impiantistica, le bonifiche, i rifiuti speciali, la rivalutazione dell'agricoltura e la tutela della salute, con la partecipazione delle istituzioni di competenza (ARPAC, Corpo Forestale dello Stato, Procura della rep. Trib. Di Napoli, Istituto Nazionale Tumori "Pascale" di Napoli), cercando di dare un barlume di speranza a queste terre così gravemente danneggiate, aggiungendo anche che la Chiesa ha fatto un grande passo in avanti, perché ha contribuito a far assumere una maggior consapevolezza del problema "inquinamento" ed è diventata un importante punto di riferimento valoriale, per poter migliorare le sorti della società.


E' toccata la parola anche al Segretario della CEC, nonchè Vescovo Delegato per la carità e Vescovo di Acerra, S.E. Mons. Antonio Di Donna, che ha ricordato l'impegno dei Vescovi della Campania per l'ambiente, fin dal 2002, quando alcuni di loro cominciarono ad incontrare le istituzioni, dapprima il prefetto di Napoli, poi il governatore Bassolino, ma non riuscirono ad ottenere nulla di concreto, soltanto inutili risposte, considerando i tecnici interpellati dai vescovi, per sondare l'esistenza dell'inquinamento ambientale, prevenuti nei confronti dello Stato. La voce del clero torna a farsi sentire forte con due documenti, del settembre 2012 e il più recente, del gennaio 2014, dove tutti all'unanimità "gridano" la necessità di fare presto, perché troppe morti si sono succedute nei territori danneggiati e la salute è seriamente in pericolo. Prima della chiosa dell'Arcivescovo di Campobasso, S.E. Mons. Giancarlo M. Bregantini, Presidente della Commissione nazionale CEI per i Problemi sociali e lavoro, ci sono state una serie di testimonianze, da parte di gruppi giovanili, dell'Azione cattolica, degli Scout Agesci, tra cui spiccano, però, senza alcun dubbio, quelle davvero toccanti e struggenti di due mamme dell'Associazione "Noi genitori di tutti" (www.noigenitoriditutti.it) che, con pacato e sommesso tono di voce, hanno raccontato le storie dei tanti bambini morti di cancro, di età compresa dai 22 mesi ai 15 anni, che sono diventati piccoli “eroi – angeli” in una terra infettata; il loro "calvario" non deve essere inteso come un "piangersi addosso", ma invece motivo di riscatto e di pacifica ribellione, fondando appunto l'associazione, che vuole essere "genitore di tutti", coinvolgendo altre famiglie e comunità, per essere portatori di speranza, in una terra diventata "infelix".


E la "spes" è venuta dalle parole di Bregantini che, prendendo spunto dal titolo del prossimo Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015, "In Gesù Cristo il nuovo umanesimo", ha ricordato che non può esserci nuovo umanesimo se non c'è giustizia. D'altra parte, considerando che il male si insinua sempre di più generando ingiustizia, ci devono incoraggiare le parole dell'apostolo Paolo, "dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia" (Rm 5,20); dove ci sono maggior cattiveria, male e dolore, tanto più Dio è presente perché non fa mai mancare la sua grazia, per migliorare le cose. Vescovo di origini trentine, ma residente al Sud ormai da trentacinque anni anni (cinque in Puglia; venticinque in Calabria, nella Locride e cinque ora in Molise), per illustrare come può la natura interagire con l'uomo, ha raccontato un episodio accaduto a Roccella Jonica, dove anni fa un incendio danneggiò gli uliveti, ma alcuni olivi centenari e grossi furono salvati da coloro che spensero le fiamme; qualche anno dopo, un grosso masso cadde dalla roccia e avrebbe distrutto e ucciso le persone a valle, se non fosse stato fermato nella sua discesa verso il basso proprio da un olivo, che era stato preservato dalle fiamme. L'uomo ha salvato l'olivo, l'olivo ha salvato l'uomo. La natura dà e prende, dobbiamo essere noi a saperla rispettare. Ha concluso, poi, il suo intervento e, quindi, il convegno col ricordo di un altro uomo del Sud, don Tonino Bello, rammentando che compito della Chiesa è : annunciare, denunciare, rinunciare. In questo caso, l'annuncio deve tradursi in impegno a formare, prevedendo itinerari e luoghi precisi, dove la formazione diventa annuncio diretto di speranza, contro il male della mafia e dell'ingiustizia, che genera paura; anche i laici devono essere tecnicamente preparati, per contribuire cristianamente con l'esempio. Per sconfiggere le radici del male occorre avere il coraggio della denuncia, da fare insieme come Chiesa, per non rimanere isolati. Annuncio e denuncia hanno sempre bisogno di segni concreti, visibili, chiari e forti nella testimonianza e di rinuncia. Nulla più dell’esempio oggi convince la gente. E nei confronti del male, la forza dell’esempio rende credibili le parole e le scelte evangeliche. Dai frutti si riconosce la bontà dell’albero, diceva Gesù. In questa logica è bello rilanciare la scelta di fondo della libertà dal denaro, perché dove c’è libertà dal denaro, c’è fede forte e cristallina. La povertà evangelica resta il grande tesoro della Chiesa; rinunciare per dare risposte alternative.

La serata si è poi conclusa all'esterno del santuario, con la preghiera animata dai giovani, e guidata dal Cardinale Sepe che, nella sua omelia, ha ricordato per tutti e per la Chiesa in primis l'impegno a gesti concreti e proposte alle istituzioni, perché le comunità non rimangano da sole, ma in segno di comunione, siano unite ed incoraggiate a migliorare le scelte sociali, per il bene delle nuove generazioni. E per dirla come il Cardinale Sepe ... Che a' Maronn c'accumpagn !


MONS. FABIANO LONGONI, NUOVO DIRETTORE NAZIONALE DELL'UFFICIO CEI PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, VISITA LA CAMPANIA

lLo scorso 24 maggio, presso la sede della Conferenza Episcopale Campana a Pompei, organizzato dal delegato regionale Don Rino Morra, si è tenuto un importante incontro con il nuovo Direttore naziionale UPSL, Mons. Fabiano Longoni, che ha voluto visitare e conoscere le varie realtà diocesane della nostra regione. Brevemente si riporta la sua relazione, che ha toccato alcuni punti importanti:


1. Giovani/Lavoro: dal discorso di Papa Francesco a Cagliari, il 22-09-2013, stralciamo la frase : “aiutaci ad aiutarci fra noi”. Quel "noi" inteso come popolo, siamo gli unici protagonisti agli occhi di Dio, che vuole andare avanti tra mille difficoltà, non camminando da soli ma percorrendo la strada della vita insieme.


2. Evangelizzazione: la conoscenza della Dottrina sociale non serve per risolvere la patologia sociale; essa è fisiologica all’essere evangelizzatori ; è il modo che Dio ti dà per incontrare Dio e quindi è parte integrante dell'evangelizzazione, è EVANGELIZZAZIONE.


3. Rinnovamento ecclesiale: ripensare gli obiettivi, i metodi, le strutture, gli stili di vita, contando sui fratelli e non camminando da soli. “Tu sei importante, possiamo non avere la stessa idea, ma possiamo dialogare e trovare insieme una strada da percorrere”. Per fare ciò bisogna che ci sia una rete di comunicazione tra territorio, parrocchia e ufficio di pastorale sociale. Il punto di partenza è la realtà del territorio, staccata da essa si crea solo idealismo.


4. Poliedro delle ricchezze: figura geometrica usata anche dal papa, che meglio dà il senso della confluenza della raccolta di tutte le parzialità, in cui l’azione pastorale e l’azione politica individuano il meglio di ciascuno; in esso sono inseriti i poveri. Alla base di tutto ciò un principio fondamentale che “ la persona è un’opportunità” e bisogna sempre accoglierla ed ascoltarla.


Che questo stimolo ci aiuti a proseguire il nostro cammino!


M. Domenica Mezzullo - collaboratrice



SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI A TORINO - La famiglia, speranza e futuro per la società italiana

La maestosa città di Torino ha ospitato, a settembre scorso, il consueto appuntamento della Chiesa cattolica dedicato alla Settimana Sociale, con particolare attenzione alla famiglia, speranza e futuro per la società italiana. Quattro giornate, scandite fra relatori di spicco, assemblee tematiche, istituzioni ed interventi dei partecipanti, ruotanti tutti attorno alla più importante cellula della società, che da sempre risulta essere la famiglia. Vi offriamo integralmente le Conclusioni a cura del Prof. Luca Diotallevi, Vice Presidente del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali, rimandando per l'approfondimento al sito www.settimanesociali.it.


«In questi giorni vorremmo insieme provare ad ascoltare l’uomo e la donna di oggi, senza pregiudizi o filtri ideologici, ma assecondando la vocazione della Chiesa che ha come suo primo compito quello di ascoltare Dio e inseparabilmente l’umanità, soprattutto le sue sofferenze, disagi e fatiche, le sue paure. L’obiettivo non è di difendere una posizione, di ribadire un principio, ma di portare a credenti e non credenti il contributo di umanizzazione che la luce della fede suscita». Questo ci diceva il cardinale Bagnasco all’inizio dei nostri lavori. Ed esattamente in questa direzione abbiamo impegnato le nostre energie, le nostre competenze e le nostre esperienze. Credo che ancor prima di procedere ad un qualsiasi bilancio sia necessario ringraziare il Signore per il grande dono che ci ha fatto permettendoci uno scambio tanto ricco e tanto concreto, ispirato e proprio per questo assolutamente realistico. Non dimentichiamo che tante Chiese, anche in Europa, non possono avvalersi di altrettante ricchezze. Nel riconoscere tra di noi una circolazione di così tanti talenti c’è ben poco vanto, se è vero che è dall’uso che faremo dei talenti che ci sono stati consegnati che saremo giudicati. Tanti talenti, tanta responsabilità. (Si potrebbe dire che il cattolicesimo italiano, ed il laicato cattolico italiano, l’Ultimo Giorno rischierà molto.) Ora che abbiamo ascoltato una prima brevissima sintesi dei risultati dei lavori delle aree tematiche è il momento per lo meno di cominciare a riflettere su di essi. Ciascuno degli elementi che ci sono stati esposti ha un significato “pesante”. Eppure, tutti insieme esprimono ancora altro significato ed è su questo che vorrei provare ad avviare – nulla di più – la comune ricerca. Mi pare infatti che questo sia uno di quei casi nei quali, oltre a sapersi soffermare sui dettagli, è altrettanto necessario elaborare anche uno sguardo d’insieme; in casi come questi il tutto è davvero più grande e più “pesante” della somma delle sue parti. Per evitare ripetizioni inutili vi chiedo solo di tener presente quanto abbiamo appena ascoltato..


«1. Una ricognizione dei problemi emersi e delle proposte.


«Il compito che ci siamo dato era quello di esercitare un discernimento sulla condizione della famiglia nella nostra società e del suo rapporto al proprio fondamento: l’amore di un uomo e di una donna, tutti interi, in ciascuna fibra della loro personale umanità, libero e fedele, responsabile e aperto alla vita.
Fare discernimento significa chiedersi, alla luce del Vangelo ed in circostanze sempre molto precise, il senso e la differenza di ciò che c’è e di ciò che realisticamente potrebbe esserci, e lasciar interrogare la propria coscienza dall’eventuale differente valore morale che passa tra i poli di questa alternativa.
Dunque, la prima domanda che dobbiamo porci potrebbe essere: di quale scala sono i risultati emersi da questo discernimento? Molti sono i punti da cui potremmo partire per valutare l’esito dei lavori di questa Settimana Sociale, ma forse è questo quello da cui oggi si deve partire. Per rispondere è sufficiente ricordare solo alcuni dei nodi problematici che i Presidenti delle aree tematiche ci hanno appena presentato. – La valenza pubblica dell’impegno educativo. La contestazione radicale che va portata alla pretesa dello Stato di farsi educatore. La crisi della educazione alla laboriosità ed all’intraprendere. Il carattere ingiusto ed inefficiente della pressione fiscale che oggi debbono sopportare i contribuenti italiani e le loro famiglie. La onerosità e gli effetti addirittura sperequativi del modello di Welfare State tuttora imperante. La fatica e la difficoltà di superare un muro di ignoranza e di ipocrisia, a volte di sfruttamento, che separa le famiglie italiane e le famiglie di origine non italiana che vivono nel nostro paese. La inadeguatezza crescente che le forme materiali dello spazio urbano rivelano rispetto alle esigenze delle famiglie. Il dolore e la inumanità di tante periferie violate del creato. La lista è ben lungi dall’essere completa, ma quanto basta richiamato a dirci con chiarezza quale è la scala dei problemi che emergono se applichiamo il nostro discernimento al caso della famiglia nella società italiana. Essere consapevoli di una tale scala – questa, direi, è la prima conclusione – costituisce un punto di non ritorno del nostro cammino, ed insieme, è inutile non riconoscerlo, ci costringere ad inserire nel dibattito pubblico italiano un elemento scandalosamente scorretto: la famiglia non è affare privato. Se questa è la scala dei problemi che vengono scoperchiati dal discernimento, è chiaro che il nesso tra famiglia e futuro, tra famiglia e possibilità di un futuro non disperato, che nel titolo della 47ma Settimana Sociale era semplicemente posto, ora appare come un nesso saldamente e – ripeto – scandalosamente argomentabile. Se poi pensiamo alle proposte pratiche che sono state sottoposte alla comune considerazione (dal contrasto ai monopoli nella offerta scolastica alla correzione di meccanismi fiscali, al congedo dal vecchio Welfare ed al conflitto con le sue “caste”) la medesima conclusione si rafforza. La famiglia non è affare privato e accettare le davvero le sfide che il discernimento ha dischiuso è impossibile se non nella forma di azione pubblica collettiva. La buona volontà individuale non basta, affidarsi esclusivamente a tecnici è una ingenuità o una ipocrisia..


«2. Una tesi ….


«Questo primo e cruciale risultato ci conduce ad una tesi. Non ad un dogma, per carità, ma ad una tesi, a qualcosa che non si sottrae alla discussione pubblica, ma che anzi ad essa viene offerto perché ritenuto in grado di reggere una prova sempre e comunque salutare. E la tesi, che formulerei riprendendo un passaggio della prolusione del Cardinal Bagnasco potrebbe suonare così: l’architettura della famiglia è una parte essenziale, ineliminabile, della architettura della civitas, e, più precisamente, di una civitas in grado di interpretare al meglio le opportunità e le sfide di una società globale, di una società post-statuale. Per usare le parole della Caritas in veritate (n. 57) di Benedetto XVI la architettura della famiglia è una componente decisiva di una civitas dalla governance poliarchica, di una città strutturata da una sussidiarietà tanto verticale quanto orizzontale. La continuità con la Agenda Reggio Calabria che il primo giorno veniva sottolineata da S.E. Mons. Miglio e questa mattina ancora da Pasquali, non poteva trovare una corroborazione maggiore. Se affermiamo che la famiglia non è un affare privato, è perché insieme rifiutiamo ogni riduzione di “pubblico” a “statale”, è perché non accettiamo di ridurre il diritto ad un sottoprodotto della legge dello Stato. Anzi, possiamo e dobbiamo aggiungere, ed in questo ci aiutano anche tante dense pagine della Centesimus annus, che questa tesi vale per la società globale ancor più di quanto valeva per la società dominata ed imprigionata dal primato della politica in forma di Stato. Al tempo della globalizzazione la civitas ha bisogno di un capitale di varietà, di un livello di specializzazione, e di un sistema di limitazione reciproca tra poteri, di una sistema di garanzie della eccedenza della persona umana che non può essere garantito senza il concorso di una istituzione familiare pubblicamente riconosciuta e capace di reggere il confronto con tutte le altre istituzioni pubbliche. Occorre perciò aver chiaro che, per il suo legame con il bene comune, la famiglia non si presta ad alcuna rivendicazione identitaria. E ciò vale anche, e forse soprattutto, quando ci si trovasse, come cattolici, a difendere da soli le ragioni ed i diritti della famiglia. Insomma, ciò che emerge dal nostro discernimento ha un grado zero di nostalgia. Grado zero di nostalgia, e un ricco pacchetto di conseguenze che non sarei in grado di sviluppare e che non avremmo il tempo di sviluppare ora, ma alcune delle quali – appena tre –conviene subito cominciare ad identificare.

«3. … ed alcune sue conseguenze.


«3.1. Il futuro della famiglia e le sfide che il suo discernimento ha cominciato a far emergere, se guardati dal punto di vista ecclesiale, hanno il potere di esercitare non una provocazione generica, ma una molto precisa. Hanno il potere di provocare ad una riscoperta della irriducibile specificità dell’apostolato proprio dei laici. Del resto, tutto quanto appena emerso, può in primo luogo finire in altro campo che in quello del «res temporales gerendo et secundum Deo ordinando» (Lumen gentium, n. 31) che la Costituzione Dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II attribuisce ai laici come compito proprio? No, evidentemente. Il compito della pastorale, cui pure i laici, purché “nel modo loro proprio” (Apostolicam actuositatem n. 20b) possono e debbono partecipare, resta quello dell’esercizio di una autorità posta a servizio (cfr. Lumen gentium, n. 18). Di cosa questo significhi vorrei fare solo un esempio, utile ad evitare illusioni e malintesi. Spesso nei lavori delle aree tematiche si è chiesto che fine avesse fatto la Agenda di Reggio Calabria, di cui in questi tre anni abbiamo compreso ancora di più il valore e la attualità. Si tratta certo di una domanda che può essere posta ai pastori. Tuttavia, se è vero quanto appena ricordato, essa è una domanda che innanzitutto noi laici dobbiamo porre a noi stessi. “Cosa abbiamo fatto noi laici cattolici italiani, in questi tre anni nella civitas e nella ecclesia, anni così difficili e talvolta drammatici?”. Se accettiamo la dignità della nostra vocazione e del nostro apostolato non possiamo sfuggire alla responsabilità esigente che deriva dall’una e dall’altro. Solo poi, con dignità, rispetto e fermezza potremmo porre anche ai pastori la stessa domanda, potremmo dire che certe folte facciamo davvero fatica. (E magari lo potremo dire anche a qualche laico troppo e malamente zelante, che non manca mai …) Se assumiamo la prospettiva dell’apostolato nostro proprio, come laici comprendiamo che nelle sfide che siamo riusciti ad individuare operando discernimento sulla situazione della famiglia nella società italiana non è in gioco qualcosa come una conseguenza o una applicazione della nostra fede, ma è in gioco niente meno che la nostra stessa vita di fede il suo spessore: ovvero, se siamo in grado di prestare al Signore che parla e opera oggi in molti modi il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà (cfr. Dei verbum, n. 5)..


«3.2. La tesi ha anche una seconda conseguenza. Se è vero che la famiglia non è affare privato, ma pubblico, ciò significa che il caso della famiglia ha molti profili, e sicuramente uno anche politico. Sarebbe ipocrita tacerne. Una parte importante delle sfide che nel discernimento sono state individuate hanno un inequivocabile profilo politico. La loro partita si gioca in campo politico. Le uniche azioni collettive attraverso cui possono essere affrontate seriamente tali sfide sono di carattere politico. Ancora una volta, cioè, si tratta di una materia sulla quale i pastori certamente possono e debbono intervenire, e pubblicamente, ma che è rimessa primariamente alla responsabilità dei laici. È inutile, o ipocrita, che i laici cattolici italiani si pongano la questione della famiglia senza porsi anche con schiettezza la questione della condizione in cui versa oggi il cattolicesimo politico in Italia. Chi aspettasse da questo luogo una indicazione sarebbe fuori strada. Oggi, il compito delle Settimane Sociali è quello del sostegno e dello stimolo. Da questo sostegno e da questo stimolo si può trarre qualcosa, ma certo il grosso va compiuto altrove ed altrimenti. Qui al massimo è possibile segnalare riduzioni e deformazioni. Due esempi sono sufficienti. Abbiamo sentito anche in questi giorni alcuni politici elogiare grandemente il ruolo della famiglia come rimedio nella crisi e come riserva nelle emergenze. Beh, con sincerità, va risposto che non basta. E che anzi una prospettiva del genere può persino essere fuorviante. Abbiamo ricevuto delle visite ed ascoltato le parole di autorevoli responsabili pro tempore di istituzioni politiche. A loro va tutto il nostro rispetto, ma nessun servile ossequio. Li abbiamo sentiti esprimere delle intenzioni. Sicuramente ne controlleremo l’esecuzione: ne abbiamo il dovere, il diritto e l’interesse come cittadini e come contribuenti. Non abbiamo però sentito alcuna assunzione di responsabilità rispetto a fallimenti, ritardi ed inadempienze (come quelle indicate chiaramente nelle relazioni Venerdì mattina). Caso mai ce ne fosse la necessità, questo ci ricorda che le riforme istituzionali da tanti decenni negate ci lasciano, soprattutto con riferimento al livello nazionale, ancora privi di quegli strumenti che ci consentano – come è nostro diritto – di decidere la sostanza della competizione politica, di essere noi a decidere i titolari dei poteri esecutivi. Come ricordavamo a Reggio Calabria, sono decenni che cittadini italiani viene negato di avere un voto “pesante” almeno quanto quello che hanno i cittadini delle altre grandi democrazie. Il debito pubblico che ci affoga e che affoga le famiglie e le prospettive di ripresa economica, non si è prodotto da solo, e a noi vengono negati gli strumenti per chiederne conto politicamente ai responsabili. Abbiamo il diritto di scegliere chi prendere le decisioni, e non solo di chi le ratifica. È rispetto alla concretezza di questi problemi che vanno giudicate allora anche le scelte dei tanti cattolici che fanno politica, e che anche di recente hanno compiuto questa scelta. Quale ne è stata la efficacia generale? Naturalmente nessuno discute l’esistenza di un discreto raggio di legittimo pluralismo politico, negli orientamenti e nelle forme di partecipazione, ma neppure le scelte legittime possono sfuggire alla valutazione della loro reale efficacia in relazione al bene comune. .


«3.3. Vi è una terza conseguenza che credo sia possibile trarre subito, anche con l’aiuto del riferimento ai contributi del professor Blangiardo e del professor Zamagni. In modo molto efficace, loro ci hanno mostrato che quelle in atto non sono oscillazioni contingenti, ma cambiamenti di lunga portata. Cambiamenti cui è stata lasciata prendere una piega assai pericolosa. Quello che può ancora esser fatto, prima che sia troppo tardi, richiede una azione che sia costante e coerente, impegnativa e dai tempi non brevi. Tutti sappiamo, del resto, di essere coinvolti in un passaggio epocale. Così come sappiamo che, come Paese, giungiamo a questo passaggio con un ulteriore carico di ritardi, errori, sprechi ed omissioni. Se vogliamo almeno tentare di far qualcosa quello che dobbiamo mettere nel conto è un impegno pesante e protratto nel tempo. È inutile non dirci e non dire al paese che così stanno le cose. E se guardiamo ai nodi emersi dal discernimento ce ne convinciamo ancora di più. Insomma, se accettiamo la tesi che la architettura della famiglia è un pezzo decisivo della architettura della civitas, e che non ogni forma di città è compatibile con la architettura e la logica della famiglia, siamo costretti ad accettare anche alcune conseguenze, e tra queste senz’altro che una tale questione sfida in modo primario la nostra responsabilità di credenti laici, che tale sfida ha molti profili e certamente uno politico, e che se tali sfide voglio essere affrontate in modo credibile va messo nel conto un impegno duro nella sostanza e lungo nel tempo. Ciò ci pone di fronte ad un ultimo interrogativo: come?.


«4. Come?.


«Dovremo continuare a lavorare insieme per parecchio tempo, a livello locale come nazionale e anche oltre, per poter dare una risposta seria alla domanda sul come raccogliere davvero queste sfide. Tuttavia, nei lavori di questi giorni, sono emersi degli spunti che vanno raccolti perché possono metterci sulla strada giusta. Possono aiutare ad attrezzarci per questa sfida. Le sfide che abbiamo intraviste innanzitutto vanno affrontate senza nostalgia e con umiltà, perché nel modello di famiglia che abbiamo alle spalle la architettura e la logica che ci sono state tratteggiate non rifulgevano certo senza macchia e senza ombre. (Se qualche maschio avesse dubbi, può interrogarsi sulle condizioni in cui si venivano a trovare le donne e forse non di rado si trovano ancora.) Se sappiamo qualcosa è che la luce del Vangelo e la forza della Grazia non hanno certo perso la capacità di rinnovare e di purificare i concreti modi di esprimersi di quella cosa bellissima che è l’amore fedele di un uomo e di una donna. Insieme: pensiamo a quante volte nelle sintesi è risuonato il termine alleanza o associazione. Insieme nella Chiesa. Confortati delle grandi capacità di convergere senza forzature che abbiamo sperimentato a Torino come a Reggio Calabria, forse oggi possiamo comprendere meglio le ragioni della forza con cui il Vaticano II raccomandava un esercizio associato dell’apostolato dei laici, non solo “fuori”, ma anche “dentro” la Chiesa. E insieme nella società, perché sappiamo che gli argomenti e le proposte con cui sostanziamo la nostra idea di famiglia, di civitas e di bene comune, possono essere largamente condivise. È accaduto al momento della redazione della nostra Costituzione e potrebbe accadere ancora e per questo vale la pena impegnarsi. Problemi come quelli che sono emersi dal nostro discernimento non verrebbero neppure sfiorati da un impegno di carattere individuale. Infine dobbiamo mettendo nel conto che si tratterà di combattere (emendandoci da ogni arroganza, ma non dal coraggio né dalla determinazione): dovremo esser capaci spesso di quello che Sturzo chiamava l’agonismo della libertà. Pensiamo solo a quanto ci sarà da battersi per affermare che la difesa della dignità di ogni persona umana non deve conoscere eccezioni di alcun tipo e insieme continuare ad affermare lo spirito e la lettera con cui la nostra Costituzione riconosce i diritti ed i doveri del tutto speciali di quella particolare formazione sociale che è la famiglia fondata sul matrimonio. Non possiamo spaventarci né tacere di fronte a chi propone o minaccia di trasformare la affermazione di un diritto in un reato di opinione. “Come?”, dunque, entrare in questa lunga incerta, ma potenzialmente feconda transizione. Senza nostalgia e con umiltà, per quanto si può insieme e con l’agonismo della libertà. Se riflettiamo sulle realtà che queste parole significano, se consideriamo con franchezza le realtà che evocano, la loro bellezza, certo, ma anche il loro costo, forse possiamo capire meglio perché all’inizio dell’omelia della Messa di Giovedì ci veniva detto: l’Eucarestia è la cosa più importante. Dove altro potremmo trovare la forza per il viaggio che ci attende e ci reclama? Dove altro trovare opera e notizia della vittoria irreversibile, anche se ancora non portata a termine, sui poteri di questo mondo? Dove altro potremmo trovare, per usare le parole di Paolo VI, ciò che consente di sopravvivere come credenti di questo momento storico segnati da quella grazia misteriosa che, più che in passato, chiede a ogni battezzato, e non solo ad alcuni di loro, di essere «Non molle e vile […], ma forte e fedele» (Ecclesiam suam, n. 53). Come sappiamo, per un viaggio come questo non si parte quando si è pronti, ma si parte quando si è chiamati. A me pare che, se ascoltiamo bene il frutto del discernimento di questi giorni intorno alle sulle gioie e alle speranze, alle tristezze ed alle angosce degli uomini e delle donne di oggi, e delle loro famiglie, – se prestiamo davvero attenzione – forse possiamo ascoltare una chiamata.

(nella foto il Presidente del Consilgio dei Ministri Enrico Letta, che saluta i convegnisti - Foto G.B.)

OSIAMO LA SPERANZA

Dall’incontro nasce la condivisione, dalla condivisione nasce l’amicizia, dall’amicizia nasce la speranza di poter cambiare le cose e progettare insieme il futuro … osiamo la speranza!!!)

Mi presento: sono Caterina Romito, appartengo alla diocesi di Capua, ho partecipato con grande gioia ed entusiasmo al percorso interattivo organizzato per l'Anno della FEDE dall’ufficio diocesano per i problemi sociali ed il lavoro di Alife-Caiazzo. Questo corso, strutturato in dodici tappe, è stato per me molto significativo e mi ha segnato tanto. In questi incontri ho capito che se si vuole, si può fare tanto per gli altri, insieme si può cooperare e creare qualcosa di bello. Nei tanti appuntamenti ci sono state varie testimonianze, di cui tre in particolare più commoventi: quella con il sig. Nicola Macro, una bellissima persona che, dal suo vissuto e dalle sue esperienze, mi ha fatto riflettere che nonostante le difficoltà della vita con fede, amore e coraggio si può e si deve andare avanti; e l’altra con Suor Rita Giaretta, anche lei splendida persona che ci ha parlato della sua esperienza e di sè ,impegnata in un territorio, quello casertano, che a dire di molti è senza speranza con un forte degrado sociale, ambientale e dove, purtroppo, è presente lo sfruttamento sessuale, vittime tante giovani donne migranti; Suor Rita, insieme alle sue consorelle, ha scelto di aiutare queste ragazze tanto che ha creato una cooperativa chiamata “NEW HOPE” (nuova speranza) per offrire loro appunto la speranza e la dignità. E la terza testimonianza ci è stata data dal Diac. Gesualdo Bevilacqua, Direttore dell'Ufficio omonimo della diocesi di Caserta, che ci ha parlato della spiritualità del servizio, in particolare della sua trentennale esperienza di servizio agli ammallati a Lourdes. Anche le visioni dei films “La citta della gioia” e “Si può fare” sono stati per me esemplari.

A conclusione del percorso, più specificamente, dal 23 al 26 settembre si è tenuto uno stage : è venuta in sede la Dott.ssa Lucia Galantin, direttrice dell'Ufficio per i Problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Fidenza, Assistente sociale e Coordinatrice di una Casa protetta nella sua città, che ha messo la sua esperienza, la sua professionalità e il suo tempo a nostra disposizione e con grande piacere ci ha fornito nozioni e documenti importanti per intraprendere questa strada.
Spero e credo in questo progetto: che riusciremo insieme a cooperare e a far sì che anche nel nostro territorio possa nascere qualcosa di bello per noi e per gli altri; quindi OSIAMO LA SPERANZA.

Caterina Romito



2013 ANNO DELLA FEDE - IMPEGNO SOCIALE TRA VOLONTARIATO E LAVORO

PERCORSO FORMATIVO PER UNA COMUNITA' RECIPROCAMENTE SOLIDALE


Per una fede autentica, occorre anche un impegno sociale, oltre alla testimonianza quotidiana, lasciata alla libera coscienza di ognuno. Impegno sociale, che nella nostra realtà può essere esplicato attraverso un impegno gratuito “verso gli altri”, in azioni di volontariato; oppure nella scelta consapevole di un lavoro “insieme ad altri”, socialmente utile, in uno spirito di solidarietà. Così, dopo un’attenta lettura della nostra realtà diocesana, civile ed ecclesiale, nasce l’idea di questo programma, per dare, come Chiesa, una risposta concreta, dal punto di vista sociale al nostro territorio. (vedi in Iniziative)


Educare gli adulti alla fede…per la famiglia, il lavoro e la festa - Convegno nazionale UPSL - Bari, 25-28 ottobre 2012

La famiglia, cellula primaria della società, analizzata in tutti i suoi aspetti, protagonista anche di questo convegno che l'ufficio per i problemi sociali e il lavoro ha organizzato quest'anno a Bari, con la partecipazione delle varie diocesi d'Italia. Interessanti i relatori, tra cui non poteva mancare il Presidente, Mons. Bregantini, con una sua arguta relazione su FAMIGLIA, LAVORO, FESTA: TRE DONI DI DIO, UN ARMONICO EQUILIBRIO, con cui ha cercato di ridare speranza soprattutto ai giovani, attanagliati e sfiduciati dalla crisi in continuo aumento. Tra interventi di docenti universitari, del Presidente dell'Istat e di Vescovi, che si sono avvicendati durante tutto il tempo, la conclusione di Mons. Casile, direttore nazionale, che offre prospettive per il futuro e che viene riportata integralmente

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-Vivere con fede il momento presente


Abbiamo iniziato il convegno con le parole di Gesù: «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13) e con l’invito del Santo Padre Benedetto XVI a recarci come la samaritana al pozzo per ascoltare Gesù, credere in Lui e attingere l’acqua viva della fede . Siamo stati coinvolti in momenti belli di fraternità, vissuti nelle celebrazioni eucaristiche e nell’ascolto della Parola, che il sapiente commento di Dom Giulio Meiattini ha fatto risuonare nei nostri cuori con freschezza nuova.


Ci siamo inseriti sulla scia della proposta della Conferenza Episcopale Italiana di riflettere e agire in modo rinnovato sul tema dell’educazione degli adulti, come impegno prevalente dell’attuale decennio. Lo sfondo di ogni nostra proposta è l’azione di evangelizzazione che parte da un cuore rinnovato dall’incontro reale con il Signore Gesù affinché gli adulti «siano educatori e testimoni per le nuove generazioni» e siano capaci di assumersi «nuove responsabilità nel campo del lavoro, della famiglia e della società» . Nel contesto dell’Anno della fede, questi giorni ci hanno portato a riscoprire lo stile cristiano dell’affrontare i problemi vissuti attraverso l’ascolto della Parola nella Chiesa, nella bellezza e nella responsabilità di riporre al centro Dio come protagonista assoluto della nostra vita, sia a livello personale e comunitario, sottolineando anche il valore sociale della Domenica. I lavori del convegno hanno considerato la famiglia, il lavoro e la festa come realtà fondamentali da riscoprire come luoghi educativi. In essi occorre far crescere la persona umana verso la maturità nella fede, quale esperienza autentica di dignità, libertà, responsabilità e generatività. Le analisi offerte dagli esperti hanno posto in evidenza il delicato momento storico che stiamo vivendo: alla profondità dei problemi che ci coinvolgono, rispondiamo con il nostro essere all’altezza del Vangelo che professiamo. Accogliendo il dono di Dio, la fede nel Signore Gesù, diventiamo noi stessi speranza e dono nella carità e nella verità per tutti gli uomini.


-La precarietà nel lavoro non diventi precarietà nella vita


I tempi della nostra vita quotidiana, del lavoro e della festa, coinvolgono le nostre famiglie e diventano a loro volta generatori di una vita buona del Vangelo se vissuti nella responsabilità, nella comunione, nel prendersi cura gli uni degli altri, nel far scaturire la gratuità e il dono di sé dalle proprie scelte. Dirsi e dire la verità su alcuni fenomeni sociali che hanno diretta attinenza all’ambito educativo è la condizione imprescindibile per affrontare quella “precarietà” della vita che non riguarda solo il lavoro, ma sta diventando sempre più la cifra per comprendere il vissuto profondo sperimentato oggi nelle diverse fasi della vita. Sono state ricordate le parole del Card. Angelo Bagnasco che meglio identificano questa dimensione: «Il precariato indica chiaramente una fragilità sociale, ma sta diventando una malattia dell’anima: la disoccupazione o inoccupazione sono gli approdi da una parte più aborriti, e dall’altra quelli a cui ci si adatta pigramente, con il rischio di non sperare, di non cercare, di non tentare più. La mancanza di un reddito affidabile rende impossibile pianificare il futuro con un margine di tranquillità, e realizzare pur gradualmente nel tempo il sogno di una vita autonoma e regolare. Sappiamo che questa condizione è il risultato di tante responsabilità e di decenni di una cultura finta, che ha seminato illusioni e esaltato l’apparenza; ma sia chiaro che la Chiesa è vicina a questi giovani, li sente più figli che mai, anche se alcuni di loro la deridono o non si fidano. Siamo con questi giovani perché è intollerabile lo sperpero antropologico di cui, loro malgrado, sono attori. Siamo vicini perché non si spenga la speranza e non venga meno il coraggio» .


Tanta riflessione ha occupato il mondo giovanile che per crescere in modo armonico ha bisogno di adulti formati e capaci di accompagnarli nella delicata fase dell’orientamento. Queste parole ci richiamano lo stile dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24) che sono accompagnati e ri-orientati sapientemente dal Signore in un momento di confusione e fuga dalla realtà. L’incertezza giovanile può essere affrontata solo mettendosi accanto ai giovani. Significativa è l’esperienza del Progetto Policoro che attiva, sostiene e narra la fiducia e la speranza in un cambiamento di vita attraverso il lavoro, e permette a ogni giovane di rialzarsi dalla paralisi che lo blocca. Non a caso l’icona del Progetto è quella di Pietro e Giovanni che guariscono un paralitico nel nome di Gesù (cfr At 3,1-10). Paralitico è oggi ogni giovane e ogni adulto che è incapace di rialzarsi da sé e mendica un posto di lavoro, che è come mendicare la propria dignità di persona. C’è bisogno di comunità adulte nella fede che sappiano far crescere e sappiano farsi carico di ogni persona aiutandola a “crearsi” il proprio sbocco lavorativo, che diventa poi possibilità di mettere su famiglia e generare figli.


- Insieme per la vita, il lavoro, la famiglia e la festa


I diversi soggetti che hanno preso parte al convegno dicono anzitutto che di fronte ai problemi occorre mettersi insieme per trovare adeguate prospettive di impegno comune. Bellissimo a tale riguardo il testo di Qoelet: «Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10). È necessario stare insieme, uno accanto all’altro, per vivere in pienezza la responsabilità della carità reciproca, che infonde coraggio e fiducia e fa crescere nella fede e nella vita.


In questo cammino unitario, che deve coinvolgere sempre più la pastorale sociale e la pastorale familiare, sono da prendere come riferimento per un’azione, che favorisca una crescita autentica verso l’essere adulti nella fede, le dimensioni sottolineate da S.E. Mons. Mariano Crociata nel suo intervento: privilegiare la dimensione contemplativa, siamo anzitutto figli della Chiesa nel Figlio, che adorano nello Spirito del Padre; coltivare le relazioni a tutti i livelli e nei diversi ambiti della vita per renderla buona, bella e vera; esercitare il discernimento comunitario prendendo come riferimento la Parola e il patrimonio prezioso della Dottrina Sociale della Chiesa. Frequente è stato il richiamo a nuovi stili di vita capaci di generare attenzione alla persona, solidarietà e sussidiarietà, responsabilità e impegno per il bene comune. Eloquenti a tal proposito sono state le immagini usate per descrivere tre possibili approcci relativi alle scelte delle persone, delle famiglie e delle comunità del nostro tempo: la formica che vive il presente progettando il futuro, la cicala che sogna un futuro sganciato dal presente, la cavalletta che divora tutto il futuro nel presente. In un mondo profondamente cambiato da una crisi che ci porterà a vivere diversamente dal recente passato, siamo tutti chiamati a vivere “lo stile della formica”, che provvede oggi al suo futuro e a quello degli altri. Impegniamoci ad affermare «con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura» .


Insieme, nei laboratori tematici, abbiamo iniziato il cammino verso la 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che avrà come tema “Famiglia: speranza e futuro per la società italiana” (Torino, 12-15 settembre 2013). È stato un momento certamente arricchente, ma impegnativo soprattutto in riferimento alla complessità dei problemi che sono stati identificati come centrali per un riposizionamento al centro della vita sociale della famiglia, come generatore insostituibile di occasioni educative verso lo stadio della vita adulta e come opportunità di crescita nella speranza e nella solidarietà reciproca tra le diverse regioni dell’unico intero Paese. Al fine di continuare la collaborazione tra pastorale sociale e pastorale familiare, un momento propizio da valorizzare nelle nostre diocesi, è la 35ª Giornata Nazionale per la vita, che si celebrerà il 3 febbraio 2013. Il testo del Messaggio “Generare la vita vince la crisi”, che il Consiglio Episcopale Permanente ha affidato alle nostre comunità ecclesiali, può essere occasione propizia per incontri diocesani comuni tra le due pastorali, anche in vista di un cammino e una partecipazione unitaria alla prossima Settimana Sociale: «Il volto di un popolo si plasma in famiglia» .


Il Signore Gesù cresciuto nella Casa di Nazaret ci aiuti a vivere in pienezza il nostro lavoro, la santità nelle nostre famiglie e la gioia della festa nella Chiesa.


d. Angelo Casile


DAGLI ESERCIZI LA FORZA, PER RIPRENDERE IL CAMMINO NELL’ANNO DELLA FEDE ….

Estate, tempo di riposo e di riflessione…. L’esperienza degli esercizi spirituali


Estate, tempo di riposo, di riscoperta di luoghi antichi, di rapporti familiari e di amicizia, di spensieratezza e di riflessione. Estate, tempo di partenza, ma per dove? In tempi di crisi, i più hanno scelto di restare a casa e di rinsaldare i propri legami familiari, trascurati durante l’anno a causa dei ritmi serrati e poco umani ai quali ci sottoponiamo. Chi può, ha cercato rifugio in terre lontane con partenze last- minute, altri come noi dell’UPSL, direttrice in testa, hanno preferito dedicare parte delle loro vacanze estive al riposo del corpo in uno a quello dello spirito, attraverso la riscoperta del dialogo con il Padre. Da qui la scelta di partecipare agli esercizi spirituali, tenutisi, dal 23 al 28 luglio scorsi, dal titolo “Lettura del Libro di Tobia”, sotto la guida attenta di S.E. Mons. Giancarlo M. Bregantini, Presidente Nazionale della Commissione dell’Ufficio per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI, presso la pieve di San Cerbone in quel di Lucca. Nel silenzio e nella quiete del monastero, circondati da boschi di castagno, abbiamo riscoperto la bellezza del creato e del dialogo con Dio.


Camminando sulle orme di Tobia, abbiamo ripercorso le tappe fondamentali della vita di ogni uomo: la gioia per le cose belle, lo sconforto per le difficoltà della vita che prima o poi pongono sulle labbra di ognuno di noi la fatidica domanda, che anche Cristo sulla Croce ha rivolto al Padre, “Perché mi hai abbandonato?”, la gioia della risposta che il Padre ci dona nel momento in cui ci affidiamo a Lui, ponendo sulla nostra strada la guida che meglio può indirizzarci verso il giusto cammino, nello stesso modo, in cui nel racconto biblico, invia Raffaele in risposta alle preghiere di Tobi sul cammino di Tobia, per aiutarlo a diventare l’uomo che meglio incarna il progetto di Dio, un progetto finalizzato alla scoperta della gioia e del Paradiso in terra; tutto un percorso che può essere riassunto con due semplici parole “ascolto” e “affidamento”. Ascolto e affidamento che ognuno di noi ha, poi, personalmente rinsaldato nella preghiera quotidiana condivisa. Vivere le vacanze attraverso gli esercizi spirituali non significa, però, soltanto riflessione e silenzio, ma anche condivisione di esperienze e possibilità di nuovi incontri, scoperta di nuovi amici e, perché no?, anche dei nuovi “Raffaele”. A dare un tocco di colore alla nostra giornata-tipo, a sorpresa, il giorno 25, la piacevole visita di un gruppo di 60 giovani, proveniente dalla diocesi di Pesaro, guidati dal referente del Progetto SHEKINAH della Pastorale Scolastica, in viaggio verso le “terre della mafia e della ‘ndrangheta”, sui passi di Don Pino Puglisi e Don Peppe Diana, che, prima di partire per il Sud, hanno voluto ricevere la particolare benedizione con unzione del crisma profumato, direttamente da un testimone di fede e di impegno, quale Padre Giancarlo, condividendo con tutti noi un intenso e sentito momento di fraternità missionaria.


Per la ricca ed emozionante esperienza, vissuta in questa settimana, e per le Sorelle Suore e Consacrate che abbiamo incontrato sul nostro cammino, rendiamo grazie a Dio. Un particolare ringraziamento va alla Madre Generale delle Figlie di San Francesco di Sales, M. Corrada Magnani e alla Madre Superiora del Convento di S. Cerbone, Suor Lauretana, che ci hanno ospitato ed organizzato il corso, condividendo con noi e con gli altri partecipanti al ritiro, la loro quotidianità, essendo state i nostri “Raffaele” nel silenzio, gioiosamente interrotto durante il pranzo e nella frescura della sera. Grazie al nostro Presidente, per averci regalato ore di profonda meditazione, che ci serviranno per operare meglio, nel nuovo Anno della Fede, che la Chiesa tutta si appresta a vivere. Come UPSL diocesano, suggeriamo a tutti di vivere un tale momento e ci attiveremo, affinché possa essere al più presto realizzato un percorso simile, che dia la possibilità a chiunque voglia di sentire “la voce del silenzio”.


Carolina Maturi - collaboratrice


(vedi foto sulla pagina di FB La Vita Un Puzzle)

Convegno Nazionale di Direttori Diocesani.."Educare al lavoro dignitoso. 40 anni di pastorale sociale in Italia" - Rimini, 25-28 ottobre 2011

La partecipazione ai convegni organizzati dalla CEI, Conferenza Episcopale Italiana, è sempre una esperienza formativa interessante, che arricchisce il confronto, lo scambio e la conoscenza con altre realtà diocesane. Come icona del Convegno è stata scelta la tela di Alberto Rosati, Gesù lavora con l’uomo, del 1957, già simbolo dell’Ufficio Nazionale. Il pittore ha ritratto Gesù in piedi accanto ad un basamento in pietra simile ad un sepolcro. Infatti, Egli è il Risorto che ha vinto la morte. Gesù con le sue mani sta completando l’orlo del vaso, opera di un vasaio che sta seduto di fronte a lui e di cui non si vede il volto, essendo un’allegoria, perché potrebbe rappresentare ciascuno di noi. Gesù è scalzo con i piedi a terra, le maniche rimboccate per indicare che non è con la testa tra le nuvole e non ha paura di “sporcarsi” le mani, lavorando con l’uomo. Nel dipinto si nota l’impazienza del vasaio che, a braccia aperte, attende il dono dell’opera completata da Gesù. Nel quadro ci sono i vasi finiti, indicando che l’opera del Signore è unica e singolare, infatti, a ciascuno dà forma e altezza diverse, a seconda del loro uso. Da solo il quadro parla: attraverso il volto di Gesù, continuiamo a vedere il volto di amore del Padre, che invita a partecipare alla sua opera creativa e redentrice, con la consapevolezza di non essere soli, ma accompagnati in modo singolare da Cristo, nella quotidianità del lavoro. .


Educare a un lavoro dignitoso, titolo di questo convegno, sembra quasi una sfida anacronistica alle seguenti domande: lavoro dignitoso? Con questa crisi ? Quando si fa fatica a trovarne uno o a conservare quello che si ha? .


Quarant’anni di pastorale sociale in Italia. Altra provocazione: dopo tanti anni, quanti conoscono, sacerdoti e non, l’importanza della Dottrina sociale? Quanti hanno mai letto i documenti che testimoniano il cammino pastorale percorso dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro?.


Particolarmente nutrito il programma di quest’anno con eccellenti relatori: il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana; S.E. Mons. GianCarlo Maria Bregantini, Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro e Arcivescovo di Campobasso–Boiano; Mons. Sergio Lanza, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla, co-presidente del Comitato scientifico preparatorio del Congresso teologico-pastorale e Vescovo ausiliare di Milano; Mons. Angelo Casile Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, che hanno aiutato a trovare delle risposte..


Di seguito alcuni stralci importanti degli interventi:.


CARDINALE ANGELO BAGNASCO:.


… Un primo doveroso pensiero deve andare alla sollecitudine che la Chiesa da sempre ha per la vita della gente … La vicinanza agli uomini, là dove essi vivono, fa parte dunque della missione religiosa della Chiesa fin dalle sue origini…. In Italia, la fitta rete di Parrocchie, di edicole e santuari, di carità, e di cultura, la stessa liturgia, esprimono con evidenza la vicinanza concreta e disinteressata della Chiesa alla gente ovunque vive, anche nei luoghi più isolati e impervi, o nelle situazioni più difficili e gravose. E questo grazie a sacerdoti, persone consacrate e laici impegnati, che con fede e generosità si dedicano a conoscere e condividere i molteplici ambienti di vita. Tra questi luoghi, sempre più ha assunto evidenza l’ambiente del lavoro dove tanta parte del giorno gli uomini vivono … “educare al lavoro dignitoso”, mi sembra che esso debba essere inquadrato nell’ambito della cultura, anzi del primato della cultura. Non intendo, ovviamente, tale primato come una specie di “gabbia ideologica” all’interno della quale concepire e ragionare sul lavoro. Intendo solo affermare che, avendo il lavoro un legame strutturale con l’economia, il mondo e la storia li dirige la cultura non l’economia, anche se sembra il contrario e, in certa misura, è anche così … e quindi tra economia e cultura esiste un rapporto di reciprocità .... il criterio per valutare la dignità del lavoro, se è conforme alla dignità dell’uomo: qualunque lavoro non ha una dignità o un valore in se stesso in modo assoluto, ma è sempre relativo, cioè in relazione a ciò che ne è l’unità di misura, l’uomo … è necessaria una grande opera educativa … l lavoro ha tre dimensioni: 1.dimensione oggettiva - permettere di guadagnarsi onestamente il pane, è un modo per partecipare all’opera della creazione: ha dunque un riferimento a Dio che affida il mondo all’opera intelligente degli uomini perché lo conoscano, lo governino e lo usino con rispetto e responsabilità. 2.dimensione soggettiva – si tratta della possibilità per l'uomo di esprimere se stesso nelle sue capacità, e così meglio percorrere la via del proprio sviluppo. 3. dimensione sociale - il lavoro è un luogo importante per contribuire al bene della società, cioè al bene comune. Infatti, chi lavora non lavora solo per sé e per il suo giusto sostentamento, ma fatica con gli altri e per gli altri in ordine al bene generale … così l’uomo in quanto soggetto in relazione si sottolinea altresì l’importanza delle buone relazioni all’interno dell’ambiente lavorativo. A tal proposito Benedetto XVI, al n° 63 della Caritas in veritate, afferma che: “… un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli senza che questi siano essi stessi costretti a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare, e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa” . Ancora il Cardinale Bagnasco sottolinea che: … Senza occupazione dignitosa, l’uomo difficilmente riuscirà a misurare le sue capacità personali, a stabilire relazioni collaborative con altri, a contribuire per il conseguimento del bene sociale, a sentirsi partecipe della edificazione del mondo, a percepire la sua dignità nel guadagnarsi onorevolmente il pane per sé e per i propri cari … perché la persona è al centro di ogni espressione e attività umana, il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell’uomo. Qui la Chiesa porta il suo contributo più specifico: essa è esperta in umanità grazie al suo Signore e alla sua bimillenaria storia. Infatti, al n°5 dell’Educare alla vita buona del Vangelo è scritto che: tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente” Bisogna coltivare le virtù come la fiducia in se stessi, la laboriosità, la sobrietà, il senso di appartenenza ad una comunità verso la quale si hanno diritti ma anche doveri di onestà e di sacrificio. Insomma si tratta di andare a scuola delle virtù sociali. Bisogna riscoprire il gusto di “stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono, e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi, e degli investimenti” (ib. n. 36).


S.E. MONS. GIANCARLO MARIA BREGANTINI :.


… la grande domanda … Che dobbiamo fare? (Luca 3,1-17). E la risposta è suddivisa su tre proposte nettissime, taglienti, che entrano anche nel nostro cuore e nel nostro vissuto di chiesa italiana: 1.Raddrizzare i nostri sentieri sbagliati e tortuosi; 2. Dare una tunica a chi non ne ha, da parte di chi ne possiede due; 3. Operare la giustizia sociale. … Va poi fatta una importante premessa, di carattere metodologico … È compito della commissione diocesana cogliere i segni dei tempi; avere un occhio di attenzione alla realtà del lavoro sul territorio; aiutare il Vescovo nei suoi interventi e nelle sue visite alle varie aziende, perché siano segno efficace di una Chiesa “Mater”, prossima alle angosce sociali; sostenere i preti; farsi voce di chi non ha voce; accompagnare i segni belli di realizzazione, che si fanno prodromi al Vangelo. … lavorare insieme alle altre commissioni diocesane, che si occupano di settori vitali, intrecciate con la pastorale sociale … La gente è attenta, partecipa, chiede, si interessa. A noi tocca dare risposte chiare, globali, fatte testimonianza. … è necessario aprire il cuore alla Parola del Signore, essere in attento ascolto alla sua voce, avere un cuore pronto e disponibile. Dedicare cioè il giusto tempo alla formazione spirituale, specie tramite la Lectio. Un esempio ci è dato dalla figura di Lidia (le tre C – aprire il Cuore, aprire la propria Casa, aprisrsi lla Comunità) che nel capitolo 16 del libro degli Atti è presentata come colei che sa aprire il suo cuore. Anzi, è Dio stesso che le apre il cuore. E a sua volta, sarà poi quel cuore aperto che apre la sua casa agli apostoli (Paolo, Luca e Timoteo!). Così, da quella casa e da quel cuore si estende a tutta la comunità un profumo di accoglienza, che diventa mirabile esempio di chi sa offrire una pastorale sociale che cambia il modo di vivere nelle nostre comunità. Un cuore aperto alla Parola, una casa che accoglie, una comunità solidale. Il punto di partenza è il meraviglioso Decalogo sul lavoro decente, offerto nell’Enciclica Caritas in veritate (n. 63):.


1. sia svolto in dignità,
2. sia scelto e non subito,
3. venga compiuto in uno stile d’insieme,
4. nel rispetto di ogni lavoratore senza discriminazione alcuna,
5. promuova e rispetti la famiglia,
6. permetta la scolarizzazione dei figli,
7. dia spazio al ruolo di difesa dei sindacati,
8. dia voce a chi non ha voce,
9. permetta di essere un lavoro che non assorba tutto,
10. ma dia spazio alla spiritualità, per chiudere con una pensione dignitosa..


È un decalogo che va posto come obiettivo per tutte le nostre realtà sociali e politiche … Accanto al Decalogo i tre suggerimenti, per il cammino futuro della pastorale sociale in Italia: intraprendere, includere, accompagnare i giovani..


INTRAPRENDERE - richiamando la poesia dell’Infinito di Leopardi, sottolinea la parola importante: oltre ! Oltre la siepe che spesso ci spaventa, ci rinchiude dentro un atmosfera di paura. La siepe della poesia è il simbolo di ostacoli, di chiusure, di paure, di orizzonti limitati. È il simbolo della crisi. Intravedere oltre la siepe si fa così immagine di uno stile di speranza, che valorizza le tracce che Dio sa porre dentro la nostra storia … La complessità non ci deve spaventare, ma invogliare ad esperienze nuove, in una logica positiva che si chiama innovazione, parola magica che cambia le nostre prospettive..


INCLUDERE - È il cuore che apre la casa, l’ospitalità diventa dimensione efficace di uno stile della Pastorale del lavoro, elencata efficacemente dalla Settimana sociale del 2010, dandoci quattro indicazioni meravigliose, purtroppo poco valorizzate nel nostro mondo ecclesiale: Riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati che sono nati in Italia; Far votare alle elezioni amministrative comunali anche gli immigrati regolari; Stima e sostegno alle crescenti imprese nate dal coraggio degli immigrati; Imparare le loro lingue. Loro, l’Italiano… noi, l’Arabo!.


ACCOMPAGNARE I GIOVANI - Come accompagnarli? Utile è valorizzare le cinque strade offerte nelle catechesi sul libro di RUT. In questo libro si racconta la storia di Rut e Noemi, cognata e suocera. Noemi, felicemente sposata con Elimelech, si trasferisce con i suoi due figli, nella terra di Moab. Dopo un po’, sia il marito che i due figli, dopo essersi sposati, rispettivamente con Rut e Orpa, muoiono, lasciando le tre donne da sole. Noemi, che significa, “Gioia mia”, cerca di allontanare le nuore per darle la possibilità di rifarsi una vita. Così, Orpa, che significa “voltare le spalle”, la saluta e se ne va. solo Rut, che significa “amica fedele”, insiste a rimanere con lei. Allora, visto la sua insistenza, Noemi si convince ed insieme intraprendono il viaggio verso Betlemme, che significa “terra del pane”. Qui Noemi viene accolta con amore, ma chiede alla gente di chiamarla Mara, che significa “amarezza”, perchè l’Onnipotente l’ha amareggiata, infatti, da felice che era, il Signore l’ha resa infelice togliendole tutto. Le due donne arrivano a Betlemme nel periodo della mietitura dell’orzo. Fin qui abbiamo individuato i primi due momenti: Rut, amica fedele, che accompagna Noemi, diventata Mara; e la mietitura dell’orzo, che indica lo sfruttamento delle risorse del territorio. Qui Mara ha un parente chiamato Booz, uomo ricco e potente, che possiede molti campi di orzo. Rut chiede a Mara di lasciarla andare a spigolare l’orzo. Questo è il terzo momento: raccogliere i frutti della propria terra, investendo sulla forza delle persone e sulle loro idee. Rut così, va a spigolare nei campi, seguendo i mietitori di Booz. Dopo un po’ incontra Booz che le chiede di rimanere lì e di non allontanarsi. Allora Rut, prostrandosi a lui per ringraziarlo, gli chiede perchè fa questo e Booz le risponde che conosce la sua storia, ha lasciato la sua famiglia ed è venuta in una terra straniera per non abbandonare Noemi. Ed è questo il quarto momento: Booz, l’uomo ricco che investe su Rut lasciandola lavorare nella sua terra. Alla fine del racconto Rut e Booz si sposano e Noemi da Mara diventa di nuovo Noemi, cioè Gioia mia. Dall’amarezza rinasce la gioia. Padre GianCarlo, attraverso questo racconto ci ha voluto dire che nel mondo di oggi, con la crisi del lavoro che c’è, bisogna accompagnare i giovani, non vanno lasciati soli, bisogna essere come Rut, amico fedele e fare come Booz, investire e dar fiducia. Bisogna aver il coraggio di fare ciò, per poter passare da una fase di tristezza e scoraggiamento ad una di gioia e di speranza ed essere solidali con i giovani.


S.E. MONS. FRANCO GIULIO BRAMBILLA è venuto a presentare il VII° Incontro mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano dal 28 maggio al 3 giugno 2012, il cui tema è La famiglia: il lavoro e la festa. .


…. La famiglia: il lavoro e la festa: le parole formano un trinomio che parte dalla famiglia per aprirla al mondo: il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale e vive il “tempo” umano. Lo svolgimento del tema deve mettere a fuoco tre modi di rinnovare la vita quotidiana: vivere le relazioni (la famiglia), abitare il mondo (il lavoro), umanizzare il tempo (la festa). .


1. La famiglia: vivere le relazioni - Il primo modo per rinnovare la vita quotidiana è quello di vivere la famiglia come uno spazio di relazioni: all’interno e all’esterno … per vivere la famiglia come spazio di relazioni occorre “aprire la casa”. … Bisogna tornare a rendere la casa vivibile, a trasformarla in habitat umano, in uno “spazio di esistenza”, … Il suo ritmo deve essere come il battito del cuore, luogo di riposo e di slancio, luogo di arrivo e di partenza, luogo di pace e di sogno, luogo di tenerezza e di responsabilità.


2. Il lavoro: abitare il mondo - All’interno della famiglia come trama di relazioni che apre la casa all’esterno, il lavoro rappresenta un modo essenziale per “abitare il mondo”. Il lavoro segna profondamente oggi lo stile della vita di famiglia: anche il lavoro va abitato, non può essere solo il mezzo del sostentamento economico, ma deve diventare il luogo dell’identità personale/familiare e della relazione sociale..


3. La festa: umanizzare il tempo - Il terzo modo con cui abitare il mondo della vita quotidiana è lo stile con cui viviamo la festa. È questo uno degli indicatori più forti dello stile di famiglia. L’aspetto oggi divenuto difficile nella condizione postmoderna è riuscire a vivere la domenica come tempo della festa. Probabilmente il racconto di altre culture e di altri continenti ci aiuterà a non perdere il senso originario della festa. L’uomo moderno ha inventato il tempo libero, ma sembra aver dimenticato la festa. La domenica è vissuta socialmente come “tempo libero”, nel quadro della “fine settimana” (weekend) che tende a dilatarsi sempre più e ad assumere tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del riposo è vissuto come un intervallo tra due fatiche, l’interruzione dell’attività lavorativa, un diversivo alla professione. Privilegia il divertimento, la fuga dalle città. La domenica di conseguenza stenta ad assumere una dimensione familiare: è vissuta più come un tempo “individuale” che come uno spazio “personale” e “sociale”….


MONS. ANGELO CASILE, attuale Direttore Nazionale, ci ha familiarmente ospitato, con lo staff del suo Ufficio, introducendo il convegno, presentando di volta in volta i relatori. Di grande emozione, il momento commemorativo di Mons. Charrier, primo direttore nazionale, scomparso lo scorso 7 ottobre, e che avrebbe dovuto tenere una ricca testimonianza degli inizi (ne abbiamo visto un video), e di Mons. Operti, anche egli defunto, altro direttore nazionale e promotore del Progetto Policoro. Presenti, invece gli ultimi Direttori, S. E. Mons. Crepaldi e Mons. Paolo Tarchi, che hanno raccontato, in modo appassionato, la loro esperienza. Mons. Casile ha portato alla conclusione il convegno, subito dopo la ricca esposizione dei lavori svolti da tutti i partecipanti, divisi in dieci laboratori di studio, su temi importanti quali:


1. Lavoro e festa
2. Lavoro e famiglia
3. Etica ed economia
4. Impegno sociale e politico
5. Giustizia e pace
6. Custodia del creato
7. Imprenditoria femminile
8. Formazione professionale
9. Settimane Sociali
10. Progetto Policoro


e rivalorizzando il ruolo della Dottrina sociale della Chiesa, attraverso la conoscenza e lo studio delle encicliche e dei documenti della Conferenza Episcopale Italiana e della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro che, in linea con il Magistero papale, costituiscono le tappe miliari di un fecondo cammino e continuano ad offrire indicazioni e orientamenti che conservano la loro attualità..


Per avere il programma e le relazioni complete, è possibile andare sul sito nazionale, a questo link: http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=22918&rifi=guest&rifp=guest., oppure rivolgersi al nostro ufficio.





MILLE COLORI PER IMPARARE A VIVERE!

Percorso formativo per nuovi stili di vita è il sottotitolo del testo La Vita…un puzzle dai mille colori, realizzato nel 2010, alla fine dell’iter omonimo, per avvicinare ed entusiasmare i giovani a nuovi stili di vita, considerando che la Dottrina sociale della Chiesa non deve essere solo una materia di insegnamento presso le facoltà di teologia, gli ISR o le scuole di formazione socio-politica, ma può essere anche proposta, “spezzata e servita” in modo semplice e innovativo, affinché non rimanga “dottrina”, ma diventi “prassi”. I giovani, la famiglia, la persona, il dialogo, i progetti di vita, la comunità, la natura, la felicità sono gli argomenti trattati in fascicoli, facilmente esportabili per ogni contesto educativo, con la preziosa presentazione di Padre Bregantini, in qualità di Presidente Nazionale e di una brillante introduzione del nostro Vescovo, Mons. Di Cerbo. Presentato a febbraio scorso anche all’Ufficio Nazionale e dato in dono ai nuovi Direttori di pastorale del lavoro delle diocesi italiane, il sussidio, accompagnato da un CD-Rom, è a disposizione di quanti lo volessero presso il nostro Ufficio ad Alife


PER UNA COMUNITA’ RECIPROCAMENTE SOLIDALE

Venti giugno.2011. Mentre si scrive questo articolo, giunge la notizia della morte della mamma di Padre GianCarlo, donna umile e dal cuore buono, che mai avrebbe pensato di generare un “tale” figlio: dall’albero, il frutto! S.E. Mons. Bregantini, di Denno, (Trento), sessantadue anni; trentatre di sacerdozio il primo luglio (1.07.78), vissuti tutti intensamente ed interamente al Sud. Ordinato sacerdote nella Cattedrale di Crotone, dividendosi tra le diocesi di Locri-Gerace e di Bari-Bitonto, consacrato Vescovo nel 94 dal Beato Wojtyla, rimane in Calabria. Dal 2008 è Arcivescovo di Campobasso-Bojano. Riconfermato, nel 2010, Presidente della Commissione per i Problemi Sociali e il Lavoro della Cei, ritorna in questa veste nella diocesi di Alife-Caiazzo, ospite dell’Ufficio omonimo. Un incontro, quello del 15 giugno scorso, che ha visto la partecipazione della rete sociale: parroci, operatori pastorali, sindaci, amministratori dei comuni della diocesi, presidenti del Parco Regionale e della Comunità Montana del Matese, rappresentanti dell’Asl CE, del Centro per l’impiego, delle istituzioni scolastiche, dell’associazionismo locale, ecclesiale e laicale, per chiedere a lui come si possa costruire una comunità reciprocamente solidale. Attraversando le pagine del suo libro “Il nostro Sud in un Paese reciprocamente solidale”, ha risposto, con il suo fare attento, deciso e pacato. Il Sud, nonostante la disoccupazione, ha molte risorse, ma vanno valorizzate. Competenza, flessibilità, cooperazione la triade vincente suggerita ai giovani: far bene il proprio lavoro; sapersi adattare ai contesti lavorativi (“Se so usare il PC e invece trovo una macchina da scrivere, io mi adeguo ma non rinuncio”); saper lavorare insieme. Figlio di contadini ed ex operaio, nutre forte il senso del dovere. “La catena di montaggio ti abitua a fare la tua parte, quello che viene dopo deve trovare il lavoro compiuto per continuare; quando ero in fonderia a Verona, nelle otto ore e mezza io dovevo realizzare 300 pezzi di metallo; un giorno non ce l’ho fatta e il mio collega mi ha aiutato: capii allora quanto era bello lavorare insieme”. Dunque un’esortazione al mutuo aiuto, alla cooperazione, che è una sfida in ogni territorio, rimasto l’unico modo per crearsi un lavoro. Il cristiano ha una marcia in più, perché è colui che può cambiare l’avverbio “ormai” in “ancora”, con la forza di Cristo, morto e risorto, da cui riceve grazia e luce, per trasformare ogni ‘deserto’ in ‘giardino’ dai mille colori, i colori della pace e della vita. La Dottrina sociale della Chiesa diventa fondamento per una vita secondo il Vangelo e dall’Eucaristia si attinge la speranza di poter cambiare le cose.




S.E. MONS BREGANTINI NOMINATO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, GIUSTIZIA , PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO


GLI AUGURI DEL NOSTRO UFFICIO DIOCESANO


Eccellenza Rev.ma, Padre Giancarlo,


leggendo il comunicato finale della 61^ Assemblea generale della CEI, con somma gioia apprendiamo della Sua nomina a Presidente della Commissione nazionale. Le esprimiamo, a nome dei collaboratori e di tutti i giovani che l'hanno conosciuta, le vive congratulazioni e gli auguri di un ottimo lavoro, confidando sempre nell'aiuto della Vergine e dello Spirito Santo, che guida i nostri passi sulla via della pace. Per qualunque cosa, ci ritenga sempre a Sua disposizione. RingraziandoLa, per il Suo costante impegno nel sociale, da cui tutti dobbiamo prendere esempio, l'occasione è davvero gradita, per porgerLe cordiali saluti.


Uff. PSL Diocesi di Alife – Caiazzo


(nella foto, la lettera di ringraziamento inviata a noi da Padre Giancarlo)




S.E. MONS. GIANCARLO BREGANTINI OSPITE GRADITO DELL'UFFICIO DIOCESANO


S.E. Mons. GianCarlo Maria Bregantini, già vescovo della Locride, oggi Arcivescovo di Campobasso - Bojano, ha incontrato umile il popolo di Dio della diocesi di Alife-Caiazzo, instaurando da subito un dialogo chiaro e semplice. Presenti all’incontro, che per l’elevato numero di partecipanti è stato spostato in cattedrale, erano anche S. E. Mons. Pietro Farina, Amministratore apostolico della nostra diocesi e oggi Vescovo di Caserta, il Direttore della Caritas Don Alfonso De Balsi, il Parroco della Cattedrale Mons. Domenico La Cerra e i responsabili degli uffici che collaborano con PSL, nella realizzazione del percorso formativo per nuovi stili di vita dal nome “La vita…un puzzle da mille colori”, rivolto ai giovani, alle famiglie e ai gruppi, cioè i direttori della Pastorale familiare, della Pastorale giovanile, l’AdC del Progetto Policoro e i movimenti ed associazioni della diocesi. Dopo i saluti e ringraziamenti di rito, nella presentazione, il direttore dell’ufficio PSL, avv. Annamaria Gregorio, collegandosi al periodo di Quaresima, tempo di conversione, di riflessione, ma anche di dolore della nostra umanità, per tante disgrazie e catastrofi avvenute nel mondo, ha ricordato, nel giorno del settimo, la scomparsa prematura dell’amato Sindaco di Alife, Dr. Fernando Iannelli, osservando un minuto di raccoglimento. In seguito ha dato la parola a Padre GianCarlo, come lui ama farsi chiamare.


Ascoltarlo è stato davvero piacevole, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, si è avvertita la sua umanità, il suo star vicino alle persone, il suo amore per l’altro. Attraverso il commento del testo biblico di Rut, ci ha descritto i cinque momenti importanti, per dare forza e coraggio non solo ai giovani, ma anche alle persone che si trovano in difficoltà, che si sentono scoraggiate. In questo libro si racconta la storia di Rut e Noemi, cognata e suocera. Noemi, felicemente sposata con Elimelech, si trasferisce con i suoi due figli, nella terra di Moab. Dopo un po’, sia il marito che i due figli, dopo essersi sposati, rispettivamente con Rut e Orpa, muoiono, lasciando le tre donne da sole. Noemi, che significa, Gioia mia, cerca di allontanare le nuore per darle la possibilità di rifarsi una vita. Così, Orpa, che significa, voltare le spalle, la saluta e se ne va. solo Rut, che significa, amica fedele, insiste a rimanere con lei. Allora, visto la sua insistenza, Noemi si convince ed insieme intraprendono il viaggio verso Betlemme, che significa terra del pane. Qui Noemi viene accolta con amore, ma chiede alla gente di chiamarla Mara, perchè l’Onnipotente l’ha amareggiata, infatti, da felice che era, il Signore l’ha resa infelice togliendole tutto. Le due donne arrivano a Betlemme nel periodo della mietitura dell’orzo. Fin qui abbiamo individuato i primi due momenti: Rut, amica fedele, che accompagna Noemi, diventata Mara; e la mietitura dell’orzo, che indica lo sfruttamento delle risorse del territorio. Qui Mara ha un parente chiamato Booz, uomo ricco e potente, che possiede molti campi di orzo. Rut chiede a Mara di lasciarla andare a spigolare l’orzo. Questo è il terzo momento: raccogliere i frutti della propria terra, investendo sulla forza delle persone e sulle loro idee. Rut così, va a spigolare nei campi, seguendo i mietitori di Booz. Dopo un po’ incontra Booz che le chiede di rimanere lì e di non allontanarsi. Allora Rut, prostrandosi a lui per ringraziarlo, gli chiede perchè fa questo e Booz le risponde che conosce la sua storia, ha lasciato la sua famiglia ed è venuta in una terra straniera per non abbandonare Noemi. Ed è questo il quarto momento: Booz, l’uomo ricco che investe su Rut lasciandola lavorare nella sua terra. Alla fine del racconto Rut e Booz si sposano e Noemi da Mara diventa di nuovo Noemi, cioè Gioia mia. Dall’amarezza rinasce la gioia.


Padre GianCarlo, attraverso questo racconto ci ha voluto dire che la persona che nella comunità ha bisogno, non deve essere lasciata sola, bisogna essere Rut, amico fedele e fare come Booz, investire e dar fiducia. Bisogna aver il coraggio di fare ciò, per poter passare da una fase di tristezza e scoraggiamento ad una di gioia e di speranza, come è capitato a Noemi. Bisogna essere solidali con l’altro. Poi è passato all’esempio concreto, di quando era Vescovo della Locride e dell’aiuto che diede ad un gruppo di giovani per dar loro speranza per una vita migliore. Infatti, grazie al percorso con il progetto Policoro, dopo un periodo di formazione in Trentino (essendo lui nativo di quelle zone) sulla produzione dei lamponi e in seguito ad uno studio del proprio territorio, iniziarono a coltivare i lamponi nel periodo invernale sfruttando il clima calabrese. Vi chiederete come hanno fatto!... beh! in gioco c’erano tutti i momenti del racconto, l’amico fedele, che ha dato fiducia accompagnando in questo progetto i giovani, la collaborazione con il Trentino, la conoscenza e lo studio del proprio territorio, l’investimento delle risorse e il mettersi in gioco.


Altro insegnamento che Padre GianCarlo ci ha dato in quell’incontro è stato l’importanza del valore del lavoro, si può svolgere il lavoro più umile della faccia della terra, basta farlo con passione, amore e volontà. A tal proposito è rimasto impresso nella mente di tutti questo esempio: si trovava in un paese per la visita pastorale, seppe che lì accanto c’era un bravo pastore e volle andare a trovarlo. Il pastore fu lieto di ospitarlo e la prima cosa che gli disse fu: “Lei, Padre GianCarlo è un pastore come me”. Badate non disse pecoraio ma pastore; il pecoraio guarda le pecore; il pastore cura le pecore, cioè lavora e rende dignità al suo lavoro.


L’incontro è terminato con il saluto di S.E. Mons. Farina, che nel suo mandato è riuscito anche nella nostra diocesi a costruire molto, sfruttando le risorse del nostro territorio, investendo sulle forze giovanili. Tutti quella sera sono rientrati a casa con il cuore pieno di fiducia e con il sorriso sulle labbra. Grazie e arrivederci Padre GianCarlo!


M. Domenica Mezzullo - collaboratrice



L'IMPORTANZA DELL'EVANGELIZZAZIONE DELLA SOCIETA'

“La Chiesa deve fare oggi un grande passo in avanti nella sua evangelizzazione , deve entrare in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario”. Il santo padre Giovanni Paolo II esorta
ripetutamente l’intera comunità ecclesiale a impegnarsi per una vasta e profonda opera di nuova evangelizzazione. Anche la Chiesa che è in Italia si muove in questa linea. Da tempo ha scelto l’evangelizzazione, in quanto esigenza fondamentale e imprescindibile della propria vocazione e missione, come obiettivo centrale del suo impegno pastorale…


“L’annuncio che la Chiesa è chiamata a fare nella storia si riassume in un’affermazione centrale: Dio ti ama, Cristo è venuto per te, per te Cristo è "Via, Verità, Vita"”. Questo messaggio centrale del Vangelo, comunicato in ogni forma di annuncio, viene considerato nella pastorale sociale in rapporto agli ambiti del lavoro, dell’economia e della politica. La pastorale sociale, che si pone all’interno del più ampio contesto della missione della Chiesa come una sua importante dimensione, si propone di evangelizzare il sociale ponendo in rapporto con il Vangelo di Gesù la vita e l’attività umana nel lavoro, nell’economia e nella politica, e ricavando dal Vangelo stesso i loro significati più profondi.



(da "Evangelizzare il sociale, 1992)





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