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Convegno Nazionale di Direttori Diocesani.."Educare al lavoro dignitoso. 40 anni di pastorale sociale in Italia" - Rimini, 25-28 ottobre 2011  La partecipazione ai convegni organizzati dalla CEI, Conferenza Episcopale Italiana, è sempre una esperienza formativa interessante, che arricchisce il confronto, lo scambio e la conoscenza con altre realtà diocesane. Come icona del Convegno è stata scelta la tela di Alberto Rosati, Gesù lavora con l’uomo, del 1957, già simbolo dell’Ufficio Nazionale. Il pittore ha ritratto Gesù in piedi accanto ad un basamento in pietra simile ad un sepolcro. Infatti, Egli è il Risorto che ha vinto la morte. Gesù con le sue mani sta completando l’orlo del vaso, opera di un vasaio che sta seduto di fronte a lui e di cui non si vede il volto, essendo un’allegoria, perché potrebbe rappresentare ciascuno di noi. Gesù è scalzo con i piedi a terra, le maniche rimboccate per indicare che non è con la testa tra le nuvole e non ha paura di “sporcarsi” le mani, lavorando con l’uomo. Nel dipinto si nota l’impazienza del vasaio che, a braccia aperte, attende il dono dell’opera completata da Gesù. Nel quadro ci sono i vasi finiti, indicando che l’opera del Signore è unica e singolare, infatti, a ciascuno dà forma e altezza diverse, a seconda del loro uso. Da solo il quadro parla: attraverso il volto di Gesù, continuiamo a vedere il volto di amore del Padre, che invita a partecipare alla sua opera creativa e redentrice, con la consapevolezza di non essere soli, ma accompagnati in modo singolare da Cristo, nella quotidianità del lavoro. .
Educare a un lavoro dignitoso, titolo di questo convegno, sembra quasi una sfida anacronistica alle seguenti domande: lavoro dignitoso? Con questa crisi ? Quando si fa fatica a trovarne uno o a conservare quello che si ha? .
Quarant’anni di pastorale sociale in Italia. Altra provocazione: dopo tanti anni, quanti conoscono, sacerdoti e non, l’importanza della Dottrina sociale? Quanti hanno mai letto i documenti che testimoniano il cammino pastorale percorso dalla Conferenza Episcopale Italiana e dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro?.
Particolarmente nutrito il programma di quest’anno con eccellenti relatori: il Cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana; S.E. Mons. GianCarlo Maria Bregantini, Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro e Arcivescovo di Campobasso–Boiano; Mons. Sergio Lanza, Assistente Ecclesiastico Generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla, co-presidente del Comitato scientifico preparatorio del Congresso teologico-pastorale e Vescovo ausiliare di Milano; Mons. Angelo Casile Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, che hanno aiutato a trovare delle risposte..
Di seguito alcuni stralci importanti degli interventi:.
CARDINALE ANGELO BAGNASCO:.
… Un primo doveroso pensiero deve andare alla sollecitudine che la Chiesa da sempre ha per la vita della gente … La vicinanza agli uomini, là dove essi vivono, fa parte dunque della missione religiosa della Chiesa fin dalle sue origini…. In Italia, la fitta rete di Parrocchie, di edicole e santuari, di carità, e di cultura, la stessa liturgia, esprimono con evidenza la vicinanza concreta e disinteressata della Chiesa alla gente ovunque vive, anche nei luoghi più isolati e impervi, o nelle situazioni più difficili e gravose. E questo grazie a sacerdoti, persone consacrate e laici impegnati, che con fede e generosità si dedicano a conoscere e condividere i molteplici ambienti di vita. Tra questi luoghi, sempre più ha assunto evidenza l’ambiente del lavoro dove tanta parte del giorno gli uomini vivono … “educare al lavoro dignitoso”, mi sembra che esso debba essere inquadrato nell’ambito della cultura, anzi del primato della cultura. Non intendo, ovviamente, tale primato come una specie di “gabbia ideologica” all’interno della quale concepire e ragionare sul lavoro. Intendo solo affermare che, avendo il lavoro un legame strutturale con l’economia, il mondo e la storia li dirige la cultura non l’economia, anche se sembra il contrario e, in certa misura, è anche così … e quindi tra economia e cultura esiste un rapporto di reciprocità .... il criterio per valutare la dignità del lavoro, se è conforme alla dignità dell’uomo: qualunque lavoro non ha una dignità o un valore in se stesso in modo assoluto, ma è sempre relativo, cioè in relazione a ciò che ne è l’unità di misura, l’uomo … è necessaria una grande opera educativa … l lavoro ha tre dimensioni: 1.dimensione oggettiva - permettere di guadagnarsi onestamente il pane, è un modo per partecipare all’opera della creazione: ha dunque un riferimento a Dio che affida il mondo all’opera intelligente degli uomini perché lo conoscano, lo governino e lo usino con rispetto e responsabilità. 2.dimensione soggettiva – si tratta della possibilità per l'uomo di esprimere se stesso nelle sue capacità, e così meglio percorrere la via del proprio sviluppo. 3. dimensione sociale - il lavoro è un luogo importante per contribuire al bene della società, cioè al bene comune. Infatti, chi lavora non lavora solo per sé e per il suo giusto sostentamento, ma fatica con gli altri e per gli altri in ordine al bene generale … così l’uomo in quanto soggetto in relazione si sottolinea altresì l’importanza delle buone relazioni all’interno dell’ambiente lavorativo. A tal proposito Benedetto XVI, al n° 63 della Caritas in veritate, afferma che: “… un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli senza che questi siano essi stessi costretti a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare, e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa” . Ancora il Cardinale Bagnasco sottolinea che: … Senza occupazione dignitosa, l’uomo difficilmente riuscirà a misurare le sue capacità personali, a stabilire relazioni collaborative con altri, a contribuire per il conseguimento del bene sociale, a sentirsi partecipe della edificazione del mondo, a percepire la sua dignità nel guadagnarsi onorevolmente il pane per sé e per i propri cari … perché la persona è al centro di ogni espressione e attività umana, il primo e più importante lavoro si compie nel cuore dell’uomo. Qui la Chiesa porta il suo contributo più specifico: essa è esperta in umanità grazie al suo Signore e alla sua bimillenaria storia. Infatti, al n°5 dell’Educare alla vita buona del Vangelo è scritto che: tra i compiti affidati dal Maestro alla Chiesa c’è la cura del bene delle persone, nella prospettiva di un umanesimo integrale e trascendente” Bisogna coltivare le virtù come la fiducia in se stessi, la laboriosità, la sobrietà, il senso di appartenenza ad una comunità verso la quale si hanno diritti ma anche doveri di onestà e di sacrificio. Insomma si tratta di andare a scuola delle virtù sociali. Bisogna riscoprire il gusto di “stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono, e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi, e degli investimenti” (ib. n. 36).
S.E. MONS. GIANCARLO MARIA BREGANTINI :.
… la grande domanda … Che dobbiamo fare? (Luca 3,1-17). E la risposta è suddivisa su tre proposte nettissime, taglienti, che entrano anche nel nostro cuore e nel nostro vissuto di chiesa italiana: 1.Raddrizzare i nostri sentieri sbagliati e tortuosi; 2. Dare una tunica a chi non ne ha, da parte di chi ne possiede due; 3. Operare la giustizia sociale. … Va poi fatta una importante premessa, di carattere metodologico … È compito della commissione diocesana cogliere i segni dei tempi; avere un occhio di attenzione alla realtà del lavoro sul territorio; aiutare il Vescovo nei suoi interventi e nelle sue visite alle varie aziende, perché siano segno efficace di una Chiesa “Mater”, prossima alle angosce sociali; sostenere i preti; farsi voce di chi non ha voce; accompagnare i segni belli di realizzazione, che si fanno prodromi al Vangelo. … lavorare insieme alle altre commissioni diocesane, che si occupano di settori vitali, intrecciate con la pastorale sociale … La gente è attenta, partecipa, chiede, si interessa. A noi tocca dare risposte chiare, globali, fatte testimonianza. … è necessario aprire il cuore alla Parola del Signore, essere in attento ascolto alla sua voce, avere un cuore pronto e disponibile. Dedicare cioè il giusto tempo alla formazione spirituale, specie tramite la Lectio. Un esempio ci è dato dalla figura di Lidia (le tre C – aprire il Cuore, aprire la propria Casa, aprisrsi lla Comunità) che nel capitolo 16 del libro degli Atti è presentata come colei che sa aprire il suo cuore. Anzi, è Dio stesso che le apre il cuore. E a sua volta, sarà poi quel cuore aperto che apre la sua casa agli apostoli (Paolo, Luca e Timoteo!). Così, da quella casa e da quel cuore si estende a tutta la comunità un profumo di accoglienza, che diventa mirabile esempio di chi sa offrire una pastorale sociale che cambia il modo di vivere nelle nostre comunità. Un cuore aperto alla Parola, una casa che accoglie, una comunità solidale. Il punto di partenza è il meraviglioso Decalogo sul lavoro decente, offerto nell’Enciclica Caritas in veritate (n. 63):.
1. sia svolto in dignità,
2. sia scelto e non subito,
3. venga compiuto in uno stile d’insieme,
4. nel rispetto di ogni lavoratore senza discriminazione alcuna,
5. promuova e rispetti la famiglia,
6. permetta la scolarizzazione dei figli,
7. dia spazio al ruolo di difesa dei sindacati,
8. dia voce a chi non ha voce,
9. permetta di essere un lavoro che non assorba tutto,
10. ma dia spazio alla spiritualità, per chiudere con una pensione dignitosa..
È un decalogo che va posto come obiettivo per tutte le nostre realtà sociali e politiche … Accanto al Decalogo i tre suggerimenti, per il cammino futuro della pastorale sociale in Italia: intraprendere, includere, accompagnare i giovani..
INTRAPRENDERE - richiamando la poesia dell’Infinito di Leopardi, sottolinea la parola importante: oltre ! Oltre la siepe che spesso ci spaventa, ci rinchiude dentro un atmosfera di paura. La siepe della poesia è il simbolo di ostacoli, di chiusure, di paure, di orizzonti limitati. È il simbolo della crisi. Intravedere oltre la siepe si fa così immagine di uno stile di speranza, che valorizza le tracce che Dio sa porre dentro la nostra storia … La complessità non ci deve spaventare, ma invogliare ad esperienze nuove, in una logica positiva che si chiama innovazione, parola magica che cambia le nostre prospettive..
INCLUDERE - È il cuore che apre la casa, l’ospitalità diventa dimensione efficace di uno stile della Pastorale del lavoro, elencata efficacemente dalla Settimana sociale del 2010, dandoci quattro indicazioni meravigliose, purtroppo poco valorizzate nel nostro mondo ecclesiale: Riconoscere la cittadinanza ai figli degli immigrati che sono nati in Italia; Far votare alle elezioni amministrative comunali anche gli immigrati regolari; Stima e sostegno alle crescenti imprese nate dal coraggio degli immigrati; Imparare le loro lingue. Loro, l’Italiano… noi, l’Arabo!.
ACCOMPAGNARE I GIOVANI - Come accompagnarli? Utile è valorizzare le cinque strade offerte nelle catechesi sul libro di RUT. In questo libro si racconta la storia di Rut e Noemi, cognata e suocera. Noemi, felicemente sposata con Elimelech, si trasferisce con i suoi due figli, nella terra di Moab. Dopo un po’, sia il marito che i due figli, dopo essersi sposati, rispettivamente con Rut e Orpa, muoiono, lasciando le tre donne da sole. Noemi, che significa, “Gioia mia”, cerca di allontanare le nuore per darle la possibilità di rifarsi una vita. Così, Orpa, che significa “voltare le spalle”, la saluta e se ne va. solo Rut, che significa “amica fedele”, insiste a rimanere con lei. Allora, visto la sua insistenza, Noemi si convince ed insieme intraprendono il viaggio verso Betlemme, che significa “terra del pane”. Qui Noemi viene accolta con amore, ma chiede alla gente di chiamarla Mara, che significa “amarezza”, perchè l’Onnipotente l’ha amareggiata, infatti, da felice che era, il Signore l’ha resa infelice togliendole tutto. Le due donne arrivano a Betlemme nel periodo della mietitura dell’orzo. Fin qui abbiamo individuato i primi due momenti: Rut, amica fedele, che accompagna Noemi, diventata Mara; e la mietitura dell’orzo, che indica lo sfruttamento delle risorse del territorio. Qui Mara ha un parente chiamato Booz, uomo ricco e potente, che possiede molti campi di orzo. Rut chiede a Mara di lasciarla andare a spigolare l’orzo. Questo è il terzo momento: raccogliere i frutti della propria terra, investendo sulla forza delle persone e sulle loro idee. Rut così, va a spigolare nei campi, seguendo i mietitori di Booz. Dopo un po’ incontra Booz che le chiede di rimanere lì e di non allontanarsi. Allora Rut, prostrandosi a lui per ringraziarlo, gli chiede perchè fa questo e Booz le risponde che conosce la sua storia, ha lasciato la sua famiglia ed è venuta in una terra straniera per non abbandonare Noemi. Ed è questo il quarto momento: Booz, l’uomo ricco che investe su Rut lasciandola lavorare nella sua terra. Alla fine del racconto Rut e Booz si sposano e Noemi da Mara diventa di nuovo Noemi, cioè Gioia mia. Dall’amarezza rinasce la gioia. Padre GianCarlo, attraverso questo racconto ci ha voluto dire che nel mondo di oggi, con la crisi del lavoro che c’è, bisogna accompagnare i giovani, non vanno lasciati soli, bisogna essere come Rut, amico fedele e fare come Booz, investire e dar fiducia. Bisogna aver il coraggio di fare ciò, per poter passare da una fase di tristezza e scoraggiamento ad una di gioia e di speranza ed essere solidali con i giovani.
S.E. MONS. FRANCO GIULIO BRAMBILLA è venuto a presentare il VII° Incontro mondiale delle Famiglie che si terrà a Milano dal 28 maggio al 3 giugno 2012, il cui tema è La famiglia: il lavoro e la festa. .
…. La famiglia: il lavoro e la festa: le parole formano un trinomio che parte dalla famiglia per aprirla al mondo: il lavoro e la festa sono modi con cui la famiglia abita lo “spazio” sociale e vive il “tempo” umano. Lo svolgimento del tema deve mettere a fuoco tre modi di rinnovare la vita quotidiana: vivere le relazioni (la famiglia), abitare il mondo (il lavoro), umanizzare il tempo (la festa). .
1. La famiglia: vivere le relazioni - Il primo modo per rinnovare la vita quotidiana è quello di vivere la famiglia come uno spazio di relazioni: all’interno e all’esterno … per vivere la famiglia come spazio di relazioni occorre “aprire la casa”. … Bisogna tornare a rendere la casa vivibile, a trasformarla in habitat umano, in uno “spazio di esistenza”, … Il suo ritmo deve essere come il battito del cuore, luogo di riposo e di slancio, luogo di arrivo e di partenza, luogo di pace e di sogno, luogo di tenerezza e di responsabilità.
2. Il lavoro: abitare il mondo - All’interno della famiglia come trama di relazioni che apre la casa all’esterno, il lavoro rappresenta un modo essenziale per “abitare il mondo”. Il lavoro segna profondamente oggi lo stile della vita di famiglia: anche il lavoro va abitato, non può essere solo il mezzo del sostentamento economico, ma deve diventare il luogo dell’identità personale/familiare e della relazione sociale..
3. La festa: umanizzare il tempo - Il terzo modo con cui abitare il mondo della vita quotidiana è lo stile con cui viviamo la festa. È questo uno degli indicatori più forti dello stile di famiglia. L’aspetto oggi divenuto difficile nella condizione postmoderna è riuscire a vivere la domenica come tempo della festa. Probabilmente il racconto di altre culture e di altri continenti ci aiuterà a non perdere il senso originario della festa. L’uomo moderno ha inventato il tempo libero, ma sembra aver dimenticato la festa. La domenica è vissuta socialmente come “tempo libero”, nel quadro della “fine settimana” (weekend) che tende a dilatarsi sempre più e ad assumere tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del riposo è vissuto come un intervallo tra due fatiche, l’interruzione dell’attività lavorativa, un diversivo alla professione. Privilegia il divertimento, la fuga dalle città. La domenica di conseguenza stenta ad assumere una dimensione familiare: è vissuta più come un tempo “individuale” che come uno spazio “personale” e “sociale”….
MONS. ANGELO CASILE, attuale Direttore Nazionale, ci ha familiarmente ospitato, con lo staff del suo Ufficio, introducendo il convegno, presentando di volta in volta i relatori. Di grande emozione, il momento commemorativo di Mons. Charrier, primo direttore nazionale, scomparso lo scorso 7 ottobre, e che avrebbe dovuto tenere una ricca testimonianza degli inizi (ne abbiamo visto un video), e di Mons. Operti, anche egli defunto, altro direttore nazionale e promotore del Progetto Policoro. Presenti, invece gli ultimi Direttori, S. E. Mons. Crepaldi e Mons. Paolo Tarchi, che hanno raccontato, in modo appassionato, la loro esperienza. Mons. Casile ha portato alla conclusione il convegno, subito dopo la ricca esposizione dei lavori svolti da tutti i partecipanti, divisi in dieci laboratori di studio, su temi importanti quali:
1. Lavoro e festa
2. Lavoro e famiglia
3. Etica ed economia
4. Impegno sociale e politico
5. Giustizia e pace
6. Custodia del creato
7. Imprenditoria femminile
8. Formazione professionale
9. Settimane Sociali
10. Progetto Policoro
e rivalorizzando il ruolo della Dottrina sociale della Chiesa, attraverso la conoscenza e lo studio delle encicliche e dei documenti della Conferenza Episcopale Italiana e della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro che, in linea con il Magistero papale, costituiscono le tappe miliari di un fecondo cammino e continuano ad offrire indicazioni e orientamenti che conservano la loro attualità..
Per avere il programma e le relazioni complete, è possibile andare sul sito nazionale, a questo link: http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new_v3/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=22918&rifi=guest&rifp=guest., oppure rivolgersi al nostro ufficio.
| MILLE COLORI PER IMPARARE A VIVERE!  Percorso formativo per nuovi stili di vita è il sottotitolo del testo La Vita…un puzzle dai mille colori, realizzato nel 2010, alla fine dell’iter omonimo, per avvicinare ed entusiasmare i giovani a nuovi stili di vita, considerando che la Dottrina sociale della Chiesa non deve essere solo una materia di insegnamento presso le facoltà di teologia, gli ISR o le scuole di formazione socio-politica, ma può essere anche proposta, “spezzata e servita” in modo semplice e innovativo, affinché non rimanga “dottrina”, ma diventi “prassi”. I giovani, la famiglia, la persona, il dialogo, i progetti di vita, la comunità, la natura, la felicità sono gli argomenti trattati in fascicoli, facilmente esportabili per ogni contesto educativo, con la preziosa presentazione di Padre Bregantini, in qualità di Presidente Nazionale e di una brillante introduzione del nostro Vescovo, Mons. Di Cerbo. Presentato a febbraio scorso anche all’Ufficio Nazionale e dato in dono ai nuovi Direttori di pastorale del lavoro delle diocesi italiane, il sussidio, accompagnato da un CD-Rom, è a disposizione di quanti lo volessero presso il nostro Ufficio ad Alife |
S.E. MONS BREGANTINI NOMINATO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, GIUSTIZIA , PACE E SALVAGUARDIA DEL CREATO  GLI AUGURI DEL NOSTRO UFFICIO DIOCESANO
Eccellenza Rev.ma, Padre Giancarlo,
leggendo il comunicato finale della 61^ Assemblea generale della CEI, con somma gioia apprendiamo della Sua nomina a Presidente della Commissione nazionale. Le esprimiamo, a nome dei collaboratori e di tutti i giovani che l'hanno conosciuta, le vive congratulazioni e gli auguri di un ottimo lavoro, confidando sempre nell'aiuto della Vergine e dello Spirito Santo, che guida i nostri passi sulla via della pace. Per qualunque cosa, ci ritenga sempre a Sua disposizione. RingraziandoLa, per il Suo costante impegno nel sociale, da cui tutti dobbiamo prendere esempio, l'occasione è davvero gradita, per porgerLe cordiali saluti.
Uff. PSL Diocesi di Alife – Caiazzo
(nella foto, la lettera di ringraziamento inviata a noi da Padre Giancarlo)
| L'IMPORTANZA DELL'EVANGELIZZAZIONE DELLA SOCIETA' “La Chiesa deve fare oggi un grande passo in avanti nella sua evangelizzazione , deve entrare in una nuova tappa storica del suo dinamismo missionario”. Il santo padre Giovanni Paolo II esorta
ripetutamente l’intera comunità ecclesiale a impegnarsi per una vasta e profonda opera di nuova evangelizzazione. Anche la Chiesa che è in Italia si muove in questa linea. Da tempo ha scelto l’evangelizzazione, in quanto esigenza fondamentale e imprescindibile della propria vocazione e missione, come obiettivo centrale del suo impegno pastorale…
“L’annuncio che la Chiesa è chiamata a fare nella storia si riassume in un’affermazione centrale: Dio ti ama, Cristo è venuto per te, per te Cristo è "Via, Verità, Vita"”. Questo messaggio centrale del Vangelo, comunicato in ogni forma di annuncio, viene considerato nella pastorale sociale in rapporto agli ambiti del lavoro, dell’economia e della politica. La pastorale sociale, che si pone all’interno del più ampio contesto della missione della Chiesa come una sua importante dimensione, si propone di evangelizzare il sociale ponendo in rapporto con il Vangelo di Gesù la vita e l’attività umana nel lavoro, nell’economia e nella politica, e ricavando dal Vangelo stesso i loro significati più profondi.
(da "Evangelizzare il sociale, 1992)
| PER UNA COMUNITA’ RECIPROCAMENTE SOLIDALE Venti giugno.2011. Mentre si scrive questo articolo, giunge la notizia della morte della mamma di Padre GianCarlo, donna umile e dal cuore buono, che mai avrebbe pensato di generare un “tale” figlio: dall’albero, il frutto! S.E. Mons. Bregantini, di Denno, (Trento), sessantadue anni; trentatre di sacerdozio il primo luglio (1.07.78), vissuti tutti intensamente ed interamente al Sud. Ordinato sacerdote nella Cattedrale di Crotone, dividendosi tra le diocesi di Locri-Gerace e di Bari-Bitonto, consacrato Vescovo nel 94 dal Beato Wojtyla, rimane in Calabria. Dal 2008 è Arcivescovo di Campobasso-Bojano. Riconfermato, nel 2010, Presidente della Commissione per i Problemi Sociali e il Lavoro della Cei, ritorna in questa veste nella diocesi di Alife-Caiazzo, ospite dell’Ufficio omonimo. Un incontro, quello del 15 giugno scorso, che ha visto la partecipazione della rete sociale: parroci, operatori pastorali, sindaci, amministratori dei comuni della diocesi, presidenti del Parco Regionale e della Comunità Montana del Matese, rappresentanti dell’Asl CE, del Centro per l’impiego, delle istituzioni scolastiche, dell’associazionismo locale, ecclesiale e laicale, per chiedere a lui come si possa costruire una comunità reciprocamente solidale. Attraversando le pagine del suo libro “Il nostro Sud in un Paese reciprocamente solidale”, ha risposto, con il suo fare attento, deciso e pacato. Il Sud, nonostante la disoccupazione, ha molte risorse, ma vanno valorizzate. Competenza, flessibilità, cooperazione la triade vincente suggerita ai giovani: far bene il proprio lavoro; sapersi adattare ai contesti lavorativi (“Se so usare il PC e invece trovo una macchina da scrivere, io mi adeguo ma non rinuncio”); saper lavorare insieme. Figlio di contadini ed ex operaio, nutre forte il senso del dovere. “La catena di montaggio ti abitua a fare la tua parte, quello che viene dopo deve trovare il lavoro compiuto per continuare; quando ero in fonderia a Verona, nelle otto ore e mezza io dovevo realizzare 300 pezzi di metallo; un giorno non ce l’ho fatta e il mio collega mi ha aiutato: capii allora quanto era bello lavorare insieme”. Dunque un’esortazione al mutuo aiuto, alla cooperazione, che è una sfida in ogni territorio, rimasto l’unico modo per crearsi un lavoro. Il cristiano ha una marcia in più, perché è colui che può cambiare l’avverbio “ormai” in “ancora”, con la forza di Cristo, morto e risorto, da cui riceve grazia e luce, per trasformare ogni ‘deserto’ in ‘giardino’ dai mille colori, i colori della pace e della vita. La Dottrina sociale della Chiesa diventa fondamento per una vita secondo il Vangelo e dall’Eucaristia si attinge la speranza di poter cambiare le cose.
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S.E. MONS. GIANCARLO BREGANTINI OSPITE GRADITO DELL'UFFICIO DIOCESANO  S.E. Mons. GianCarlo Maria Bregantini, già vescovo della Locride, oggi Arcivescovo di Campobasso - Bojano, ha incontrato umile il popolo di Dio della diocesi di Alife-Caiazzo, instaurando da subito un dialogo chiaro e semplice. Presenti all’incontro, che per l’elevato numero di partecipanti è stato spostato in cattedrale, erano anche S. E. Mons. Pietro Farina, Amministratore apostolico della nostra diocesi e oggi Vescovo di Caserta, il Direttore della Caritas Don Alfonso De Balsi, il Parroco della Cattedrale Mons. Domenico La Cerra e i responsabili degli uffici che collaborano con PSL, nella realizzazione del percorso formativo per nuovi stili di vita dal nome “La vita…un puzzle da mille colori”, rivolto ai giovani, alle famiglie e ai gruppi, cioè i direttori della Pastorale familiare, della Pastorale giovanile, l’AdC del Progetto Policoro e i movimenti ed associazioni della diocesi. Dopo i saluti e ringraziamenti di rito, nella presentazione, il direttore dell’ufficio PSL, avv. Annamaria Gregorio, collegandosi al periodo di Quaresima, tempo di conversione, di riflessione, ma anche di dolore della nostra umanità, per tante disgrazie e catastrofi avvenute nel mondo, ha ricordato, nel giorno del settimo, la scomparsa prematura dell’amato Sindaco di Alife, Dr. Fernando Iannelli, osservando un minuto di raccoglimento. In seguito ha dato la parola a Padre GianCarlo, come lui ama farsi chiamare.
Ascoltarlo è stato davvero piacevole, con linguaggio semplice e accessibile a tutti, si è avvertita la sua umanità, il suo star vicino alle persone, il suo amore per l’altro. Attraverso il commento del testo biblico di Rut, ci ha descritto i cinque momenti importanti, per dare forza e coraggio non solo ai giovani, ma anche alle persone che si trovano in difficoltà, che si sentono scoraggiate. In questo libro si racconta la storia di Rut e Noemi, cognata e suocera. Noemi, felicemente sposata con Elimelech, si trasferisce con i suoi due figli, nella terra di Moab. Dopo un po’, sia il marito che i due figli, dopo essersi sposati, rispettivamente con Rut e Orpa, muoiono, lasciando le tre donne da sole. Noemi, che significa, Gioia mia, cerca di allontanare le nuore per darle la possibilità di rifarsi una vita. Così, Orpa, che significa, voltare le spalle, la saluta e se ne va. solo Rut, che significa, amica fedele, insiste a rimanere con lei. Allora, visto la sua insistenza, Noemi si convince ed insieme intraprendono il viaggio verso Betlemme, che significa terra del pane. Qui Noemi viene accolta con amore, ma chiede alla gente di chiamarla Mara, perchè l’Onnipotente l’ha amareggiata, infatti, da felice che era, il Signore l’ha resa infelice togliendole tutto. Le due donne arrivano a Betlemme nel periodo della mietitura dell’orzo. Fin qui abbiamo individuato i primi due momenti: Rut, amica fedele, che accompagna Noemi, diventata Mara; e la mietitura dell’orzo, che indica lo sfruttamento delle risorse del territorio. Qui Mara ha un parente chiamato Booz, uomo ricco e potente, che possiede molti campi di orzo. Rut chiede a Mara di lasciarla andare a spigolare l’orzo. Questo è il terzo momento: raccogliere i frutti della propria terra, investendo sulla forza delle persone e sulle loro idee. Rut così, va a spigolare nei campi, seguendo i mietitori di Booz. Dopo un po’ incontra Booz che le chiede di rimanere lì e di non allontanarsi. Allora Rut, prostrandosi a lui per ringraziarlo, gli chiede perchè fa questo e Booz le risponde che conosce la sua storia, ha lasciato la sua famiglia ed è venuta in una terra straniera per non abbandonare Noemi. Ed è questo il quarto momento: Booz, l’uomo ricco che investe su Rut lasciandola lavorare nella sua terra. Alla fine del racconto Rut e Booz si sposano e Noemi da Mara diventa di nuovo Noemi, cioè Gioia mia. Dall’amarezza rinasce la gioia.
Padre GianCarlo, attraverso questo racconto ci ha voluto dire che la persona che nella comunità ha bisogno, non deve essere lasciata sola, bisogna essere Rut, amico fedele e fare come Booz, investire e dar fiducia. Bisogna aver il coraggio di fare ciò, per poter passare da una fase di tristezza e scoraggiamento ad una di gioia e di speranza, come è capitato a Noemi. Bisogna essere solidali con l’altro. Poi è passato all’esempio concreto, di quando era Vescovo della Locride e dell’aiuto che diede ad un gruppo di giovani per dar loro speranza per una vita migliore. Infatti, grazie al percorso con il progetto Policoro, dopo un periodo di formazione in Trentino (essendo lui nativo di quelle zone) sulla produzione dei lamponi e in seguito ad uno studio del proprio territorio, iniziarono a coltivare i lamponi nel periodo invernale sfruttando il clima calabrese. Vi chiederete come hanno fatto!... beh! in gioco c’erano tutti i momenti del racconto, l’amico fedele, che ha dato fiducia accompagnando in questo progetto i giovani, la collaborazione con il Trentino, la conoscenza e lo studio del proprio territorio, l’investimento delle risorse e il mettersi in gioco.
Altro insegnamento che Padre GianCarlo ci ha dato in quell’incontro è stato l’importanza del valore del lavoro, si può svolgere il lavoro più umile della faccia della terra, basta farlo con passione, amore e volontà. A tal proposito è rimasto impresso nella mente di tutti questo esempio: si trovava in un paese per la visita pastorale, seppe che lì accanto c’era un bravo pastore e volle andare a trovarlo. Il pastore fu lieto di ospitarlo e la prima cosa che gli disse fu: “Lei, Padre GianCarlo è un pastore come me”. Badate non disse pecoraio ma pastore; il pecoraio guarda le pecore; il pastore cura le pecore, cioè lavora e rende dignità al suo lavoro.
L’incontro è terminato con il saluto di S.E. Mons. Farina, che nel suo mandato è riuscito anche nella nostra diocesi a costruire molto, sfruttando le risorse del nostro territorio, investendo sulle forze giovanili. Tutti quella sera sono rientrati a casa con il cuore pieno di fiducia e con il sorriso sulle labbra. Grazie e arrivederci Padre GianCarlo!
M. Domenica Mezzullo - collaboratrice
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